BRUTTI
The Brave. (spoiler qua e là) Odio i pregiudizi, viva i pregiudizi. Per tutta l’estate scorsa ho osservato perplesso i manifesti dell’ultimo Disney/Pixar, per tutta estate ho storto il naso davanti a un trailer dei creatori di Monsters&co. con soli umani, per tutta estate mi sono detto che stavolta John Lasseter e soci hanno fatto un passo falso. Proprio non mi ispirava per nulla questa ragazzina dai capelli rossi che preferisce tirare con l’arco invece di diventare principessa in una Scozia medievaleggiante. Va bé, è comunque un Pixar, ovvio che lo vedo. La prima parte mi scivola sopra in un’indifferenza pressoché totale ma, mi dico, è praticamente il trailer che ho visto solo con qualche gag in più. Aspetto dunque con ansia che la storia decolli. C’è una strega, un incantesimo… ok, non è originalissimo ma vediamo dove va a parare. C’è una persona trasformata in un grande e goffo animale… ok, già visto ma è divertente, no? No. Ci sono degli scozzesi ubriachi che si menano, fanno un gran casino… No, non ci siamo ancora. Insomma, arrivo a 5 minuti dalla fine e ancora aspetto che la storia decolli, come un inguaribile ultrà al 44° minuto del secondo tempo con la squadra del cuore che perde 7 a 0. Ovviamente perdiamo, perché non viviamo in un mondo incantato con streghe e grossi animali buffi. Non me ne frega niente di analizzare storia, contenuti, stile perché qui non c’è niente, non dico di originale, ma di anche lontanamente stimolante. Non c’è verve, non c’è mood, non c’è pathos. Non mi vengono altre parole esotiche. Non c’è un personaggio interessante che sia uno. Poteva esserlo la rossa protagonista, magari se avesse davvero sviluppato il suo lato ribelle e selvaggio invece di riparare goffamente a quella cazzatona che ha combinato. Poteva esserlo la strega “multimediale”, se non fosse comparsa in una sola e unica scena in modo assolutamente strumentale alla storia.
Ma io non sono un creativo Pixar, magari lo fossi. Quelli hanno creato mondi mai visti prima in cui giocattoli e umani convivono secondo un codice non scritto, i mostri hanno bisogno della paura dei bambini per inoculare energia nella loro città, un’arrogantissima auto da corsa americana impara l’umiltà in un mondo abitato solo da auto,camion,navi,aerei, un robottino a energia solare è l’ultimo essere sopravvissuto su una Terra distrutta dall’inquinamento e un vecchietto può rifarsi una vita dopo la morte di sua moglie raggiungendo il posto più sperduto del Sud America a bordo della sua casa volante in compagnia di un piccolo scout coreano. Questi sono i mondi, le storie, i personaggi cui la Pixar ci ha abituati! È come se la Ferrari producesse improvvisamente una station wagon per famiglie. Sì, ok, è supersicura, supertecnologica, ha il controllo di stabilità, cambio sequenziale a 8 marce, un satellite tutto suo per la navigazione… ma vaffanculo, io voglio una Ferrari!
Anche i film ritenuti minori della Pixar in 20 anni e rotti di carriera hanno avuto e hanno il loro gran perché, alla faccia di chi gli vuole male. Cars 2, ultimo esempio, è stato massacrato da gran parte della critica perché ritenuto troppo fracassone, puerile, sterile, nonché, orrore!, una malvagia macchina da merchandising buona solo a incassare a 360 gradi. E allora? Cars 2 è onesto ed esaltante. Ti dice: salta su che ti porto a fare il giro più incredibile e mozzafiato della tua vita! Stiamo parlando di intrattenimento allo stato puro, senza freni, senza sconti, senza dubbi. The Brave invece ti promette divertimento, una morale, bei paesaggi… ma è solo e semplicemente noioso. Noioso il “nuovo” mondo creato dalla Pixar, noiosi i personaggi, noiose le gag, noioso tutto. Il Topo ha definitivamente fagocitato la Lampada Saltante. Ma Lasseter non era diventato il boss della Disney, dimostrando che si può essere licenziati dalla più grande azienda del tuo settore per tornare dopo qualche anno a dirigerla? (ecco, questa è una favola interessante)
Ti prego, Dio dei Cartoon, fa che questo non sia l’inizio della fine! Lasseter, Stanton, Docter & co. ridateci la Pixar! Su quelle maniche! Datevi da fare come avete fatto 25 anni fa cambiando la Storia dell’Animazione e ficcando un piede bello stabile nella Storia del Cinema! L’avete fatto una volta, potete farlo ancora, no? no?
Moonlight. E diamo una chance alle serie tv horror! Questo era uno dei miei propositi dell’anno scorso per l’anno nuovo. Da allora ce la sto mettendo tutta, ma produttori e sceneggiatori non mi stanno certo aiutando… Dopo quella colossale stronzata di American Horror Story, la sufficienza stiracchiata di Teen Wolf e una prima stagione di The Walking Dead che è un insulto sfacciato e cafone alla serie a fumetti di Kirkman (e meno male che si è in parte ripigliata con la seconda stagione, ma la aspetto al varco con l’attuale terza) il mio proposito sta lentamente ma inesorabilmente scemando. Meno male che ci sono (state) cose come l’ottimo Dead Set, dove in un’Inghilterra invasa da zombie gli unici superstiti sono i cerebrolesi partecipanti del Big Brother che si ritrovano la Casa assediata dai non morti, e Death Valley, serie splatter divertentissima e senza troppe pretese, dove una squadra speciale di poliziotti affronta zombie, vampiri e licantropi a L.A. Troppo brevi e troppo poco, però. Che il format seriale non sia il terreno più adatto all’horror? Kirkman ha dimostrato e continua a dimostrare il contrario, almeno per quanto riguarda il fumetto. Forse la Paura, per sua natura, ha bisogno di tempi brevi per esplicitarsi e sortire i suoi effetti. Se fissi a lungo il Mostro da dietro un vetro antiproiettile dopo un po’ non te la fai più sotto. Si dice che ci si abitua ad ogni orrore, e mi sa che è una profonda verità anche nella fiction. Kirkman, diciamocelo, vince perché è un grandissimo sceneggiatore che ha creato degli ottimi personaggi con dinamiche interne perfette. Ma in tv dove l’immagine, purtroppo/perfortuna, fa l’80% del lavoro, l’horror si stanca presto. Visivamente stupefacente, infatti, il pilot di American Horror Story, ma sempre più noiosi e imbarazzanti gli episodi a seguire… capisco la crisi del mercato immobiliare, specialmente in Usa, ma al decimo fantasma che cerca di accopparmi nella casa dove mi sono appena trasferito o svendo l’immobile o torno da mia madre. E che si fottano mogli rompicoglioni e figlie problematiche.
Ah già, Moonlight: vampiro che fa il detective privato in una Los Angeles assolata con voce fuoricampo alla Marlowe. Suddetto vampiro non è il solo e, come tutti i suoi simili, teme a morte il sole. Come aggirarsi, quindi, in pieno giorno evitando l’abbronzatura in una città dove d’inverno ci sono 20 gradi? Passando sotto gli alberi. Mollata dopo il pilot.
Sacro Terrore. Non vorrei reiterare la metafora dell’ultrà, ma il tifo a volte gioca davvero brutti scherzi. D’altronde, quando si tratta di miti personali la delusione è più cocente. Ronin, Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, tutta la saga di Sin City, 300, mi aprirono un mondo quando ero un giovane e avidissimo lettore di fumetti e mi hanno accompagnato per mano quando mi sono buttato nel professionismo. Frank Miller è stato un maestro della narrazione sequenziale. Il Cavaliere Oscuro, insieme all’Altro Capolavoro dell’Altro Maestro, ha cambiato per sempre il modo di concepire il nostro media preferito e ancora oggi è pietra di paragone per il fumetto (e, perché no, cinema) supereroico. Con Sin City Miller raggiunse la quintessenza della sintesi grafica coniugata a splendide ridondanze testuali, per non distrarre né dall’una né dall’altra e porre l’attenzione su entrambe. Su un virtuoso assolo occorre una ritmica scarna e viceversa, altrimenti è solo caos. Con 300 poi sviscerò il concetto puro di epicità nel modo più semplice e diretto: rivangando, con poche e preziose licenze poetiche, una delle battaglie più epiche della nostra Storia. Se continuo ad usare il passato c’è un motivo, ovviamente. Forse Hollywood centra, forse qualcosa si è inceppato nella mente geniale di Miller da quando si è dato al cinema (e sfido chiunque a non sospettarlo dopo la visione del suo The Spirit). Aspettavo con enorme trepidazione il suo ritorno al fumetto… Che dire, me ne farò una ragione. Perché Sacro Terrore è una stanca ripetizione di tutti gli stilemi del Maestro assemblati a mo’ di copia e incolla, senza un’idea coerente che non sia l’odio macchiettistico e sterile verso il terrorismo islamico. Intendiamoci: io sono per la libertà totale di espressione e se un autore vuole esprimere rabbia che sfocia nel razzismo può farlo. Non lo condivido, posso arrivare anche ad odiarlo, ma rispetto la sua posizione. Finché è espressione personale e rappresentazione, ognuno è libero. Ma quando la rappresentazione del tuo punto di vista è raffazzonata, arida, senza alcuno spunto di riflessione, non solo non la condivido ma non mi interessa proprio. Ogni volta che rileggo il Batman di Miller vengo scosso fin nel midollo perché mi ritrovo sinceramente a parteggiare con un violento vigilante anarcoide e fascista. E ogni volta che ripongo il volume mi contorco nel seguente dubbio amletico: questo è Batman come sarebbe nella realtà o sono io che vorrei un Batman così nella realtà? Son schiaffi morali che raramente un autore ti costringe prendere. E temo che il buon vecchio zio Frank non me ne darà più.
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lunedì 15 ottobre 2012
lunedì 12 settembre 2011
MICRORECE
“Super 8” di J.J.Abrams
Primo tempo Abrams, secondo tempo Spielberg.
“L’ultimo terrestre” di Gian Alfonso Pacinotti
Mah…
“Cowboys and Aliens” di Jon Favreau
Né gli uni né gli altri.
“Wilfred” (serie tv)
Come un cane.
“Blankets” di Craig Thompson
Caldo e Freddo.
“Vloody Mary” di Paolo Di Orazio
Retro-necromantico.
“Super” di James Gunn
L’anti-KickAss.
“Drive” di Nicolas Winding Refn
Falso post-tarantino anni ’80.
“Powers: Cosmico” di Bendis-Oeming
Avanti così.
“Cassidy” di Pasquale Ruju
Oh, a me piace.
“Notte buia, niente stelle” di Stephen King
Brutto, sporco e vendicativo.
Primo tempo Abrams, secondo tempo Spielberg.
“L’ultimo terrestre” di Gian Alfonso Pacinotti
Mah…
“Cowboys and Aliens” di Jon Favreau
Né gli uni né gli altri.
“Wilfred” (serie tv)
Come un cane.
“Blankets” di Craig Thompson
Caldo e Freddo.
“Vloody Mary” di Paolo Di Orazio
Retro-necromantico.
“Super” di James Gunn
L’anti-KickAss.
“Drive” di Nicolas Winding Refn
Falso post-tarantino anni ’80.
“Powers: Cosmico” di Bendis-Oeming
Avanti così.
“Cassidy” di Pasquale Ruju
Oh, a me piace.
“Notte buia, niente stelle” di Stephen King
Brutto, sporco e vendicativo.
venerdì 25 febbraio 2011
MOTOREEEEIIIIIIIIIIIIIII
Esce venerdì 1° aprile.
Continuo a pensare che sia uno scherzo, e la data non aiuta di certo.
Che dire...che sto contando i giorni che mancano? che mi sento come un bimbo in attesa di aprire i regali la vigilia di natale? che probabilmente lo vedrò due volte, probabilmente di fila?
A tutti quelli che condividono la mia ansia dico solo: resistiamo.
Un mese passa in fretta...
venerdì 7 gennaio 2011
COSE BELLE, COSE BRUTTE
COSE BELLE

30 Rock
La miglior sit-com americana mai prodotta. Di e con Tina Fey, comica uscita dal solito Saturday Night Live ed esplosa un paio d'anni fa a livello mondiale per l'insuperabile imitazione di Sarah Palin al David Letterman Show. Un talento incontenibile, una macchina da guerra, la donna perfetta. Co-protagonista un insospettabile ed esilarante Alec Baldwin, tanto che comincio a credere alla profezia di Parker&Stone che in "Team America" lo spacciavano come il miglior attore del mondo. Più un tot di personaggi secondari uno più figo dell'altro. In sostanza, intrecci e casini personali vari nel dietro le quinte di uno show comico, girato negli studi al n°30 della Rockefeller Plaza di NY (da qui il titolo). Ritmo impressionante, ironia a 360°, dialoghi perfetti. Sulla falsariga di "Boris" (che invece è la miglior sit-com mondiale).
Romanzo Criminale 2
La seconda (e ultima) stagione della serie tv noir italiana più bella di sempre. La regia di Stefano Sollima è saldissima, senza sbavature, incalzante dall'inizio alla fine. Gli attori, ormai non più sconosciuti, sono ancora trucissimi e nella parte. Colonna sonora sempre azzeccatissima, stavolta anni '80. Non supera la prima stagione per una quesitone meramente epocale: gli anni '70. E poi c'era il Libanese.
Dead Set
Micro-serie tv in 5 episodi da mezz'ora l'uno, da sbranare tutta d'un fiato. Tema? Zombie all'assalto dell'unica isola di salvezza rimasta al mondo: la casa del grande fratello inglese. Prodotta un paio di anni fa e passata in sordina recentemente su Mtv, la consiglio come anti-Walking Dead (vedi sotto). Fotografia cupa e sgranata, inquadrature a mano ma digeribili per un effetto reality quasi subliminale ed efficacissimo, effettacci anni '80 da bassa macelleria (se digitale c'è io non l'ho visto, ma non sono una cima in proposito). Sceneggiatura tanto semplice quanto inquietante. Come dovrebbe essere ogni zombie.
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
Non sono mai stato tifoso di nessuna squadra di calcio né di qualsivoglia altro sport. Il mio tifo quindi lo riverso su figure artistiche che hanno segnato nel bene e nel male la mia esistenza, tra alti e bassi, con tutte le loro perfezioni e imperfezioni (che tifo sarebbe, se no?). Tra questi Tiziano Sclavi, Elio e le storie tese, Peter Jackson, Niccolò Ammaniti, i Metallica, David Lynch...e Woody Allen. Il suo ultimo film non è perfetto ma lo tifo con tanto di vuvuzela dalla curva nord. Mi inchino e mi inchinerò sempre alla freschezza e spontaneità dei suoi dialoghi, alla profondità di ogni suo personaggio, anche il più secondario, alle tematiche alte e basse che le sue storie riescono a sviscerare. La tematica qui è: reincarnazione.
COSE BRUTTE

Walking Dead
La serie tv, non il fumetto! Minchia, che cocente delusione... La bellezza del fumetto è direttamente proporzionale alla bruttezza della sua serie tv, che definirei con tre "i": impacciata, insipida, inconcludente. Troppo patitata, dalla fotografia agli fx digitali fin troppo perfetti (che fa rima con freddi) alla regia. Campi e controcampi staticissimi, troppi primi piani, troppe inquadrature corrette. Non fa paura, non inquieta, non immedesima. E ciliegiona sulla torta (marcia): non si avverte il "problema zombie", per nulla. A volte ci si dimentica pure che c'è quella minaccia lì. Com'è il fumetto? Prendete tutti gli aggettivi che ho appena usato, un buon dizionario dei sinonimi e contrari, e cercate tutti i contrari. Meno male che c'è "Dead Set" (vedi sopra).
Tron (legacy)
"Legacy" è tra parentesi perchè non compare nella pellicola quando scorre il titolo. Mah. Non la faccio troppo lunga: questo pseudo-sequel è di una noia che definire mortale offenderebbe tutti i mortali. Non mi avrà convinto il cyber-neon-spazio da discoteca-labirinto post-psichedelia post-prodigy post-dark...e in effetti ci si sta un buon due ore lì dentro. Sarà che dell'originale avevo sì un buon ricordo ma non abbastanza da palpitare nell'attesa di un sequel. In realtà il problema è allo stesso tempo molto tecnico e molto semplice: niente in questo film è credibile. Addio patto narrativo, addio fantascienza. E magnamoci 'sta porchetta...
Scott Pilgrim
Il fumetto, non il film (che non ho visto). I primi due volumi possono bastare per trarre un giudizio, diciamo così, definitvo su una serie ancora aperta? Direi di sì. Tanto non ho intenzione di continuare a leggerlo. Capisco le buonissime intenzioni dell'autore che voleva creare un fumetto per nerd, sui nerd, da nerd...peccato che di "nerd" ci sia giusto qualche onomatopea pixelata qua e là, scontri simil-manga che finiscono sempre allo stesso modo, e poche (o tante?) citazioni anni '90. Ma forse ho frainteso tutto. Di una cosa però sono sicuro: il protagonista del titolo NON è un nerd, nè uno sfigato, nè un perdente che punta al riscatto coi suoi modi e il suo stile (ci speravo, però). Scott Pilgrim vince SEMPRE. Non c'è mai un reale conflitto, né psicologico né fisico. La passa sempre liscia. Molla brutalmente la teen-ager orientale pazza di lui e lei non dice un cazzo. Ci prova con la super-girl Ramona di cui è cotto fin dall'inizio e ci va subito a letto (solo abbracciati, però...ah bè, ma lei aspetterà i suoi tempi, gentilissima, premurosa e accondiscendente, proprio come nella realtà). Si batte con gli ex di Ramona (leit motiv della serie, a quanto pare) e li sconfigge senza problemi. Ok, ma chissà quant'era sfigato Scott al college...vai col flashback: cuccava di brutto. E pure fighe. Che poi era lui a lasciare. Insomma, non è un fumetto di fantascienza ma un pò di credibilità sarebbe richiesta anche qui... Non foss'altro che un personaggio senza un reale conflitto, senza delle concrete difficoltà da superare per ottenere i propri obiettivi, NON è un personaggio.
sabato 18 dicembre 2010
FASI
Se dovessi abbinare un film a ognuna delle fasi che ho attraversato in questi ultimi due mesi, la scaletta in ordine cronologico sarebbe la seguente:
- Il dubbio
- Apocalypse Now
- L'esorcista
- La casa
- Provaci ancora, Sam
- Milano odia, la polizia non può sparare
- Fantozzi
- Rocky II
- Io e Annie
La fase attuale pare sia Ghost.
Ma chi può dirlo?
sabato 10 ottobre 2009
SPEED RACEnsioni

INGLOURIOUS BASTERDS di Q.Tarantino: "Le Iene" 10, "Pulp Fiction" 10-, "Jackie Brown" 8, "Kill Bill vol.1 e 2" 9, "Death Proof" 5, "Inglourious Basterds" 8,5.
IL NUMERO 73304-23-4153-6-96-8 di T.Ott: Arte Sequenziale allo stato puro. Privo di parole e zeppo di numeri che tornano e ritornano su foglietti, foto, annunci, targhe, t-shirt, tatuaggi, carte e patatine. Da far sbavare un feticista del lotto e me.
S. di Gipi: ogni volta che acquisto un graphic-novel (ho definitivamente deciso di usare il maschile quando parlo di graphic-novel) di Gipi non sono mai convinto al 100%. E' come se mi imponessi di leggere roba d'Autore con la A maiuscola per non sentirmi stupido. E tutte le volte divoro il graphic-novel dalla prima all'ultima tavola. Uno dei migliori graphic-novel sul tema Guerra con la G maiuscola.
DISTRICT 9 di N.Blomkamp: perfetto sotto ogni aspetto: idea di base, metafora, mix action/sci-fi/splatter, stile, narrazione, ritmo, eccetera eccetera eccetera. 10 tondissimo.
IL DELITTO PASOLINI di G.Maconi: questo giovane autore non solo sa disegnare ma sa anche raccontare. La materia è cronaca ormai nota, ok, ma lo sguardo sui fatti e le scelte narrative sono azzeccatissimi.
FLASHFORWARD di Braga/Goyer: bè, se andassi in trance per 2 minuti e vedessi il futuro potrei già sapere come finisce questa nuova serie tv e concludere se mi è piaciuta o no. Dal pilota posso solo dire: intrigante ma non troppo, inquietante ma non troppo, benino il ritmo, speriamo non sia lost. Diamogli una chance. (ma la puntata del 29 aprile 2010, cioè il futuro che tutto il mondo ha visto per 2 minuti nel pilota, come sarà??? dai, l'avranno pianificata una cosa così!)
venerdì 18 settembre 2009
COSE PICCOLE
WARNING: contiene riflessioni personali sull’Esistenza ed è un pò lungo.
“Mi mancano cose come perdermi in un mercatino dell’usato per cercare un disco introvabile…e quando lo trovavo mi sentivo al settimo cielo.”
Questo diceva Cobain pochi mesi prima di spararsi in faccia. Non giustifica quella fine né lo rende il guru di chissà chi, chissà cosa. Il problema è che, nolente e nolente (non è un errore), Kurt fu portato su un piedistallo quando stava meglio in un pozzo.
Ma non è di lui che voglio parlare. La foto è solo per attirare l’attenzione.
Quest’estate stavo vedendo l’ennesima commemorazione dell’ex-Nirvana (in realtà era uno speciale sul rock diviso in puntate cronologico/tematiche e quella sul grunge si è ineluttabilmente trasformata in una monografia di Kurt Cobain) quando fui colpito da quella frase. E dall’espressione rassegnata e tristissima del 27enne che la pronunciava durante una delle tante interviste di routine. Era un tossico molto vicino allo stadio terminale, d’accordo, ma era tremendamente sincero. Una frase piccola, insignificante di per sé, una frase del cazzo che va a sommarsi alle migliaia di altre che i media recuperano/estorcono da/a star ormai putrefatte per rimetterle insieme come mostri di frankenstein mediatici e darcele in pasto con puntualissima cadenza annuale. Abbiamo bisogno di icone, evidentemente.
Ma perché quella frase mi ha colpito? Perché è stato uno dei tanti segnali.
Perché è arrivata nel bel mezzo di una mia introversissima riflessione personale che va avanti da qualche mese, e ora si è conclusa, su: rock, rock anni ’70, musica attuale, film belli, film brutti, copiare, scaricare, comprare, leggere, scrivere, background, allievi della Scuola del Fumetto, esami di fine anno della Scuola del Fumetto.
Rappresentando le sopracitate voci più o meno il 90% di ciò che vivo e respiro (escluso l’Ammore, ovvio), di ciò che sono e sono diventato, posso concludere che questa è una riflessione personale sulla Mia Vita: Chi sono, Cosa faccio e Perché lo faccio.
(sicuramente anche la lettura di “Alta Fedeltà” di Hornby c’entra qualcosa)
- Sono un lettore di fumetti e narrativa in genere, un ascoltatore di rock a 360°, uno spettatore di film a 720°, un mediocre giocatore di videogames e un ciclista della domenica (sabato, per la precisione).
- Faccio lo sceneggiatore di fumetti per vivere, cioè invento storie e poi le scrivo seguendo una struttura tecnica grazie alla quale dei disegnatori le rappresenteranno infine in forma di fumetto.
- Lo faccio perché sono fortunato, ok, ma anche perché ho tanta fantasia E ho letto, visto, giocato, ascoltato un sacco di roba, e continuo a farlo.
A 14 anni ascoltavo gli Iron Maiden i cui testi erano citati in Dylan Dog che aveva appeso nello studio il poster del Rocky Horror Picture Show. Che bello, tutto tornava! Che bello, non ero solo!
Leggere, vedere, ascoltare tutta quella roba in quel fantastico cortocircuito di citazioni incrociate, parallele, analogiche, volontarie e involontarie, credo sia stato il succo della mia vita. Un succo che mi ha così tanto nutrito mentalmente da permettermi poi di nutrirmi materialmente.
La cosa che mi ha spaventato in questi mesi e condotto a questa riflessione è proprio quest’uso terribilmente disinvolto del passato quando mi riferisco al mio Succo. Oddio, e quindi adesso non mi ci nutro più?! Ho esaurito tutti i fumetti, libri, film, musica che mi ispirano e mi fanno scrivere e mi consolano e mi divertono e mi fanno riflettere e mi gasano e in pratica mi tengono in vita?! Che sta succedendo?!
Mi sta(va) succedendo quello che portò Cobain al suicidio: quando puoi avere tutto non ti godi più niente. Nel suo caso la colpa erano Soldi e Successo, nel mio (come per molti altri comuni mortali) Mulo Elettronico e Pigrizia, che vanno così d’accordo da scambiarsi continuamente i ruoli di Causa ed Effetto.
Fortunatamente sono un po’ meno sensibile e fuori di testa di Cobain, quindi sono ancora vivo.
Ci sono stati vari segnali, soprattutto quest’estate, che mi hanno fatto riflettere e poi capire cosa mi mancava. Non era l’Oriente né un’amante. Era molto più semplice. Mi mancava la conquista delle cose che mi piacciono. Entrare in quel maledetto mercatino dell’usato e trovare proprio quel disco che stavi cercando. Non necessariamente una rarità o un’edizione particolare. Semplicemente quello.
È il Mulo che mi ha reso sterile. Per quanto sia sempre stato contrario allo skarico selvaggio, per quanto abbia sempre optato per uno skarico “intelligente” (rubare ai ricchi, in pratica), per quanto la natura stessa del mio lavoro mi imponga una certa etica a riguardo, per quanto bla bla bla…non sono un santo.
Il problema è questo: perché avere d’un botto tutti gli album dei Muse non me li ha fatti apprezzare come invece avrei creduto? Forse perché andavano ascoltati con più calma, centellinati. Forse semplicemente non mi piacciono e basta.
No, la verità è che non me li sono conquistati (che poi fa rima con centellinati, apprezzati, goduti, ecc…). Tutto qui. Poi magari non mi sarebbero comunque piaciuti, ma non è questo il punto.
Un altro dei segnali di cui sopra, forse il più significativo, l’ho sentito a fine agosto in quel di Amboise, cittadina della Loira famosa per il suo castello e il parco di Leonardo da Vinci. La mia Sara, attratta da vestitini simil-etnici a pochi euro esposti in un negozietto della via turistica della cittadina in questione, si fiondò nel negozio medesimo e cominciò a guardarsi in giro. Io, come sempre, la seguii controvoglia. Un po’ perché sono un maschio e non mi interessano certo i vestiti da femmina, un po’ perché sono un maschio e devo fare la parte del marito scocciato per la moglie spendacciona (quando in realtà lei guadagna come me e forse spende meno in cazzate…adorate cazzate). Ebbene le casse del piccolo stereo diffondevano nel negozio un rock-blues bellissimo, ruvido e tecnico allo stesso tempo…si sente che è old ma ha un piglio così moderno che mi fa quasi dubitare dell’autenticità 70’s di quel sound…roba da farmi dimenticare le cose che passano ora su Virgin Radio e RockTv alle quali non dico vorrei affezionarmi ma almeno avvicinarmi anche solo per conoscenza, giusto per tenermi informato sul rock e metal degli anni ’00 senza dover sempre tornare ai miti del passato…ma questo rock-blues, caspita…no, no, mi spiace, niente a che vedere con la merda di oggi, non c’è paragone, questa è musica, questo è ciò che voglio ascoltare…ma chi sono? li conosco? eppure quella batteria, quella voce…cazzo, sì, io li conosco! Quello è Robert Plant! Chiedo giusto conferma alla tipa del negozio nel mio perfetto francese e lei, appunto, conferma mostrandomi il cd originale: Led Zeppelin I, “How Many More Times”, l’ultima traccia. 1969. Alla faccia dei 70’s. E perché non la conoscevo quella canzone? Io amo gli Zeppelin, sono cresciuto (anche) con loro, ho tutto dei Led Zeppelin…no, non è vero. Avevo un paio di cassette registrate che non ho quasi mai ascoltato causa avvento del compact disc e conseguente acquisto della doppia antologia “Remasters”. Non ho mai avuto la discografia completa di una delle migliori band dell’universo e così mi sono perso quell’ultima traccia semisconosciuta del loro primo disco. Ho ringraziato la tipa del negozio per avermi mostrato il cd e mia moglie per i suoi gusti in fatto di vestiti (continua così!).
E così questa settimana ero a Milano nella commissione d’esame della Scuola del Fumetto (davo voti e giudizi ai lavori, nella fattispecie fumetti, degli alunni di fine triennio) e ho potuto fare una puntatina nel mio negozio di dischi usati preferiti per cercare il primo album dei Led Zeppelin (che anche se sono famosi trovi soprattutto antologie, best of, inediti, ecc…e invece io volevo, pensa un po’, semplicemente il primo disco). Era un po’ che non entravo in quel negozio a CERCARE. E l’ho trovato, il primo album dei Led Zeppelin. E indovinate? Mi sono sentito al settimo cielo. Proprio come quando avevo 15 anni e per trovare “From enslavement to obliteration” dei Napalm Death dovevo farmi 2 ore di treno A/R Milano perché da me in provincia era tanto se trovavi un greatest degli Scorpions, ma poi una volta a casa, dopo un pomeriggio passato nella metropoli, dopo tutta quell’attesa sul treno per ritornare dal tuo stereo, quando finalmente mettevi su il disco (cassetta, nel mio caso)…bè, ti godevi davvero ogni traccia.
Insomma, meno male che non sono una rockstar di successo e posso andare nei mercatini dell’usato. Ora finalmente ho una nuova meta da raggiungere: trovare e compare tutti gli album dei Led Zeppelin in ordine cronologico. Ho sempre fatto così con le band che poi sono diventate imprescindibili per me. Perché non lo faccio più? E non solo nella musica: mi vanto di essere stato uno dei pochi (credo) ad aver visto “Le Iene” nel ’93 e poi aver aspettato con un’ansia soprannaturale l’arrivo di "Pulp Fiction" al cinema. Non è tardi per ricominciare a conquistarsi le cose, dai.
Altro segnale: “Point Break”, il mio film preferito della Bigelow. Ma perché preferito? Cosa mi piacque così tanto allora? L’azione? Il surf? Perché non l’ho più rivisto? Detto, fatto: lo davano su sky quel pomeriggio di inizio settembre che ancora lavoravo solo 6 ore al giorno, dovevo ri-carburare, già, e quindi potevo anche permettermi di piazzarmi davanti alla tv per l’ora stabilita e…dio, che film “Point Break”! Rapinatori di banche che hanno bisogno di soldi per continuare a fare surf spostandosi da una costa all’altra del mondo inseguendo un’estate perenne…ma può un film entrato negli annali dei blockbuster action basarsi su un concetto così romantico? Ecco perché mi era così piaciuto 15 anni fa. Invece di scaricarmi i GI-Joe mi sono riconquistato “Point Break”.
Altro segnale: un articolo di Tommaso La Branca su FilmTV che commemorava la morte di Fernanda Pivano, ma non voglio dilungarmi, che già lo sto facendo contro la mia volontà.
Io sono un conquistatore di fumetti, libri, film, cd. Sempre lo sono stato e sempre lo sarò.
È questo che purtroppo manca in alcuni neo-diplomati fumettisti che ho avuto modo di analizzare e giudicare, loro e le loro opere (ultimo e definitivo segnale della mia riflessione). Spesso non manca il talento, né la tecnica: manca il background. La passione, se volete, quella passione che costruisci pian piano, che ti entra sotto pelle, che ti conquisti fumetto dopo fumetto, libro dopo libro, film dopo film.
Cioè, cosa ti spinge a iscriverti in una scuola di fumetto se prima di tutto non sei TU stesso un divoratore di fumetti? La voglia di esprimersi, di disegnare, di scrivere…certo. Tutte cose nobili e valide. Ma chissà perché i lavori migliori che ho avuto il (sincero) piacere di leggere e giudicare erano scritti e disegnati da chi non riesce a vivere senza leggere, guardare, ascoltare tutto quello che è il suo pane quotidiano. Il Succo della sua vita.
Eppure siamo nell’era di Internet, tutto è a portata di mano, tutti possono leggere, guardare, ascoltare quello che vogliono in qualunque momento lo vogliano. E molti lo fanno. Ma il problema non è questo. Non è la possibilità di acquisire dati. Ben venga. Che fortuna. Il problema è il COME. Il problema è il Tutto e Subito. Il problema è accumulare giga di musica e film nel proprio pc e lasciarli marcire. Ne sono ormai totalmente convinto.
PS: e sì, sono anche un ciclista della domenica (sabato). Per l’esattezza sono uno scalatore. Amo ammazzarmi di fatica su salite assolate finché il sudore non mi offusca la vista e le cosce non mi fanno male. Amo sentire il cuore che pompa e il fiato che regge. Amo patire l’insopportabile calura dei 500 metri slm e poi il freddo bastardo dei 2.000. Amo soffrire sapendo che mancano ancora 6 km alla vetta con una pendenza media del 14%.
Perché?! Masochismo? Eroismo? Sport? Stupidità?
Sì, un po’ di tutto e un po’ di niente.
La verità è che lassù, in cima, non ho più metri da scalare né pedali su cui puntarmi. Ho solo una lunga discesa da fare col vento in faccia e le ali ai piedi. Solo lei e io.
E ogni singolo km orario che toccherò su quell’asfalto me lo sono conquistato con tutto me stesso.
Questo diceva Cobain pochi mesi prima di spararsi in faccia. Non giustifica quella fine né lo rende il guru di chissà chi, chissà cosa. Il problema è che, nolente e nolente (non è un errore), Kurt fu portato su un piedistallo quando stava meglio in un pozzo.
Ma non è di lui che voglio parlare. La foto è solo per attirare l’attenzione.
Quest’estate stavo vedendo l’ennesima commemorazione dell’ex-Nirvana (in realtà era uno speciale sul rock diviso in puntate cronologico/tematiche e quella sul grunge si è ineluttabilmente trasformata in una monografia di Kurt Cobain) quando fui colpito da quella frase. E dall’espressione rassegnata e tristissima del 27enne che la pronunciava durante una delle tante interviste di routine. Era un tossico molto vicino allo stadio terminale, d’accordo, ma era tremendamente sincero. Una frase piccola, insignificante di per sé, una frase del cazzo che va a sommarsi alle migliaia di altre che i media recuperano/estorcono da/a star ormai putrefatte per rimetterle insieme come mostri di frankenstein mediatici e darcele in pasto con puntualissima cadenza annuale. Abbiamo bisogno di icone, evidentemente.
Ma perché quella frase mi ha colpito? Perché è stato uno dei tanti segnali.
Perché è arrivata nel bel mezzo di una mia introversissima riflessione personale che va avanti da qualche mese, e ora si è conclusa, su: rock, rock anni ’70, musica attuale, film belli, film brutti, copiare, scaricare, comprare, leggere, scrivere, background, allievi della Scuola del Fumetto, esami di fine anno della Scuola del Fumetto.
Rappresentando le sopracitate voci più o meno il 90% di ciò che vivo e respiro (escluso l’Ammore, ovvio), di ciò che sono e sono diventato, posso concludere che questa è una riflessione personale sulla Mia Vita: Chi sono, Cosa faccio e Perché lo faccio.
(sicuramente anche la lettura di “Alta Fedeltà” di Hornby c’entra qualcosa)
- Sono un lettore di fumetti e narrativa in genere, un ascoltatore di rock a 360°, uno spettatore di film a 720°, un mediocre giocatore di videogames e un ciclista della domenica (sabato, per la precisione).
- Faccio lo sceneggiatore di fumetti per vivere, cioè invento storie e poi le scrivo seguendo una struttura tecnica grazie alla quale dei disegnatori le rappresenteranno infine in forma di fumetto.
- Lo faccio perché sono fortunato, ok, ma anche perché ho tanta fantasia E ho letto, visto, giocato, ascoltato un sacco di roba, e continuo a farlo.
A 14 anni ascoltavo gli Iron Maiden i cui testi erano citati in Dylan Dog che aveva appeso nello studio il poster del Rocky Horror Picture Show. Che bello, tutto tornava! Che bello, non ero solo!
Leggere, vedere, ascoltare tutta quella roba in quel fantastico cortocircuito di citazioni incrociate, parallele, analogiche, volontarie e involontarie, credo sia stato il succo della mia vita. Un succo che mi ha così tanto nutrito mentalmente da permettermi poi di nutrirmi materialmente.
La cosa che mi ha spaventato in questi mesi e condotto a questa riflessione è proprio quest’uso terribilmente disinvolto del passato quando mi riferisco al mio Succo. Oddio, e quindi adesso non mi ci nutro più?! Ho esaurito tutti i fumetti, libri, film, musica che mi ispirano e mi fanno scrivere e mi consolano e mi divertono e mi fanno riflettere e mi gasano e in pratica mi tengono in vita?! Che sta succedendo?!
Mi sta(va) succedendo quello che portò Cobain al suicidio: quando puoi avere tutto non ti godi più niente. Nel suo caso la colpa erano Soldi e Successo, nel mio (come per molti altri comuni mortali) Mulo Elettronico e Pigrizia, che vanno così d’accordo da scambiarsi continuamente i ruoli di Causa ed Effetto.
Fortunatamente sono un po’ meno sensibile e fuori di testa di Cobain, quindi sono ancora vivo.
Ci sono stati vari segnali, soprattutto quest’estate, che mi hanno fatto riflettere e poi capire cosa mi mancava. Non era l’Oriente né un’amante. Era molto più semplice. Mi mancava la conquista delle cose che mi piacciono. Entrare in quel maledetto mercatino dell’usato e trovare proprio quel disco che stavi cercando. Non necessariamente una rarità o un’edizione particolare. Semplicemente quello.
È il Mulo che mi ha reso sterile. Per quanto sia sempre stato contrario allo skarico selvaggio, per quanto abbia sempre optato per uno skarico “intelligente” (rubare ai ricchi, in pratica), per quanto la natura stessa del mio lavoro mi imponga una certa etica a riguardo, per quanto bla bla bla…non sono un santo.
Il problema è questo: perché avere d’un botto tutti gli album dei Muse non me li ha fatti apprezzare come invece avrei creduto? Forse perché andavano ascoltati con più calma, centellinati. Forse semplicemente non mi piacciono e basta.
No, la verità è che non me li sono conquistati (che poi fa rima con centellinati, apprezzati, goduti, ecc…). Tutto qui. Poi magari non mi sarebbero comunque piaciuti, ma non è questo il punto.
Un altro dei segnali di cui sopra, forse il più significativo, l’ho sentito a fine agosto in quel di Amboise, cittadina della Loira famosa per il suo castello e il parco di Leonardo da Vinci. La mia Sara, attratta da vestitini simil-etnici a pochi euro esposti in un negozietto della via turistica della cittadina in questione, si fiondò nel negozio medesimo e cominciò a guardarsi in giro. Io, come sempre, la seguii controvoglia. Un po’ perché sono un maschio e non mi interessano certo i vestiti da femmina, un po’ perché sono un maschio e devo fare la parte del marito scocciato per la moglie spendacciona (quando in realtà lei guadagna come me e forse spende meno in cazzate…adorate cazzate). Ebbene le casse del piccolo stereo diffondevano nel negozio un rock-blues bellissimo, ruvido e tecnico allo stesso tempo…si sente che è old ma ha un piglio così moderno che mi fa quasi dubitare dell’autenticità 70’s di quel sound…roba da farmi dimenticare le cose che passano ora su Virgin Radio e RockTv alle quali non dico vorrei affezionarmi ma almeno avvicinarmi anche solo per conoscenza, giusto per tenermi informato sul rock e metal degli anni ’00 senza dover sempre tornare ai miti del passato…ma questo rock-blues, caspita…no, no, mi spiace, niente a che vedere con la merda di oggi, non c’è paragone, questa è musica, questo è ciò che voglio ascoltare…ma chi sono? li conosco? eppure quella batteria, quella voce…cazzo, sì, io li conosco! Quello è Robert Plant! Chiedo giusto conferma alla tipa del negozio nel mio perfetto francese e lei, appunto, conferma mostrandomi il cd originale: Led Zeppelin I, “How Many More Times”, l’ultima traccia. 1969. Alla faccia dei 70’s. E perché non la conoscevo quella canzone? Io amo gli Zeppelin, sono cresciuto (anche) con loro, ho tutto dei Led Zeppelin…no, non è vero. Avevo un paio di cassette registrate che non ho quasi mai ascoltato causa avvento del compact disc e conseguente acquisto della doppia antologia “Remasters”. Non ho mai avuto la discografia completa di una delle migliori band dell’universo e così mi sono perso quell’ultima traccia semisconosciuta del loro primo disco. Ho ringraziato la tipa del negozio per avermi mostrato il cd e mia moglie per i suoi gusti in fatto di vestiti (continua così!).
E così questa settimana ero a Milano nella commissione d’esame della Scuola del Fumetto (davo voti e giudizi ai lavori, nella fattispecie fumetti, degli alunni di fine triennio) e ho potuto fare una puntatina nel mio negozio di dischi usati preferiti per cercare il primo album dei Led Zeppelin (che anche se sono famosi trovi soprattutto antologie, best of, inediti, ecc…e invece io volevo, pensa un po’, semplicemente il primo disco). Era un po’ che non entravo in quel negozio a CERCARE. E l’ho trovato, il primo album dei Led Zeppelin. E indovinate? Mi sono sentito al settimo cielo. Proprio come quando avevo 15 anni e per trovare “From enslavement to obliteration” dei Napalm Death dovevo farmi 2 ore di treno A/R Milano perché da me in provincia era tanto se trovavi un greatest degli Scorpions, ma poi una volta a casa, dopo un pomeriggio passato nella metropoli, dopo tutta quell’attesa sul treno per ritornare dal tuo stereo, quando finalmente mettevi su il disco (cassetta, nel mio caso)…bè, ti godevi davvero ogni traccia.
Insomma, meno male che non sono una rockstar di successo e posso andare nei mercatini dell’usato. Ora finalmente ho una nuova meta da raggiungere: trovare e compare tutti gli album dei Led Zeppelin in ordine cronologico. Ho sempre fatto così con le band che poi sono diventate imprescindibili per me. Perché non lo faccio più? E non solo nella musica: mi vanto di essere stato uno dei pochi (credo) ad aver visto “Le Iene” nel ’93 e poi aver aspettato con un’ansia soprannaturale l’arrivo di "Pulp Fiction" al cinema. Non è tardi per ricominciare a conquistarsi le cose, dai.
Altro segnale: “Point Break”, il mio film preferito della Bigelow. Ma perché preferito? Cosa mi piacque così tanto allora? L’azione? Il surf? Perché non l’ho più rivisto? Detto, fatto: lo davano su sky quel pomeriggio di inizio settembre che ancora lavoravo solo 6 ore al giorno, dovevo ri-carburare, già, e quindi potevo anche permettermi di piazzarmi davanti alla tv per l’ora stabilita e…dio, che film “Point Break”! Rapinatori di banche che hanno bisogno di soldi per continuare a fare surf spostandosi da una costa all’altra del mondo inseguendo un’estate perenne…ma può un film entrato negli annali dei blockbuster action basarsi su un concetto così romantico? Ecco perché mi era così piaciuto 15 anni fa. Invece di scaricarmi i GI-Joe mi sono riconquistato “Point Break”.
Altro segnale: un articolo di Tommaso La Branca su FilmTV che commemorava la morte di Fernanda Pivano, ma non voglio dilungarmi, che già lo sto facendo contro la mia volontà.
Io sono un conquistatore di fumetti, libri, film, cd. Sempre lo sono stato e sempre lo sarò.
È questo che purtroppo manca in alcuni neo-diplomati fumettisti che ho avuto modo di analizzare e giudicare, loro e le loro opere (ultimo e definitivo segnale della mia riflessione). Spesso non manca il talento, né la tecnica: manca il background. La passione, se volete, quella passione che costruisci pian piano, che ti entra sotto pelle, che ti conquisti fumetto dopo fumetto, libro dopo libro, film dopo film.
Cioè, cosa ti spinge a iscriverti in una scuola di fumetto se prima di tutto non sei TU stesso un divoratore di fumetti? La voglia di esprimersi, di disegnare, di scrivere…certo. Tutte cose nobili e valide. Ma chissà perché i lavori migliori che ho avuto il (sincero) piacere di leggere e giudicare erano scritti e disegnati da chi non riesce a vivere senza leggere, guardare, ascoltare tutto quello che è il suo pane quotidiano. Il Succo della sua vita.
Eppure siamo nell’era di Internet, tutto è a portata di mano, tutti possono leggere, guardare, ascoltare quello che vogliono in qualunque momento lo vogliano. E molti lo fanno. Ma il problema non è questo. Non è la possibilità di acquisire dati. Ben venga. Che fortuna. Il problema è il COME. Il problema è il Tutto e Subito. Il problema è accumulare giga di musica e film nel proprio pc e lasciarli marcire. Ne sono ormai totalmente convinto.
PS: e sì, sono anche un ciclista della domenica (sabato). Per l’esattezza sono uno scalatore. Amo ammazzarmi di fatica su salite assolate finché il sudore non mi offusca la vista e le cosce non mi fanno male. Amo sentire il cuore che pompa e il fiato che regge. Amo patire l’insopportabile calura dei 500 metri slm e poi il freddo bastardo dei 2.000. Amo soffrire sapendo che mancano ancora 6 km alla vetta con una pendenza media del 14%.
Perché?! Masochismo? Eroismo? Sport? Stupidità?
Sì, un po’ di tutto e un po’ di niente.
La verità è che lassù, in cima, non ho più metri da scalare né pedali su cui puntarmi. Ho solo una lunga discesa da fare col vento in faccia e le ali ai piedi. Solo lei e io.
E ogni singolo km orario che toccherò su quell’asfalto me lo sono conquistato con tutto me stesso.
giovedì 3 settembre 2009
DIRTY LOVE
Jorg Buttgereit, Andreas Schnaas, Olaf Ittenbach…la nicchia della nicchia della nicchia.
Parliamo di gore estremo, indipendente, amatoriale. Quello a cui ti rivolgi, per intenderci, quando hai visto cose che voi umani non potete neanche immaginare…e hai comunque bisogno di rilanciare.
Tra la fine degli ’80 e gli inizi dei ’90 nacque la scuola ultra-gore tedesca capitanata dal sopraccitato Buttgereit, l’unico forse il cui nome dirà qualcosa a qualcuno. Un aiutino: suo il leggendario “Nekromantik” (’87) definito dal padrino del trash mr.John Waters “the first erotic-movie for necrofiliac”, e ho detto tutto (la scritta campeggiava sulla copertina della vhs quando aprii quel tanto agognato pacco arrivato dall’Olanda 12 anni fa…60mila lire di allora…qualità mediocre, probabilmente una copia…eeee quanti ricordi).
Poi arrivò Schnaas con la trilogia “Violent Shit” (il primo davvero ma davvero troppo amatoriale anche per i puristi più estremi, il terzo invece un vero un gioiellino di effettacci caserecci), Ittenbach coi suoi “Black Past” (notevole), “Premutos” (carino)…e insomma questo movimento underground si consolidava ma, come è giusto che sia per sua natura, restava appunto under ground.
Ho dovuto aprire una videoteca specializzata in horror e derivati a fine ’90 per procurarmi alcune di queste chicche (e-ho-detto-tutto).
Poi gli anni passano, i gusti cambiano, si perde un po’ il giro e alcune cose restano piacevoli ricordi. L’importante, credo, sia non rinnegare nulla del proprio passato…
…perché quando ritorna così brutalmente all’assalto delle tue retine hai solo due opzioni:
1- vade retro! ora sono un insegnante di cinema, non cago nulla sotto Altman!
2- figata! ho ancora 20anni nel 2009!
Ebbene, quando ho visto “Dirty Love” ho optato per la seconda.
Diretto da Patricio Valladares (il gore amatorial-extreme non solo è vivo ma ha espanso i propri confini territoriali), sceneggiato da Andrea Cavaletto (gentile fornitore del dvd) e prodotto da VallaStudio, “Dirty Love” è la storia di un fighissimo killer solitario che sembra Iggy Pop travestito da cow-boy (dove cacchio l’hanno trovato!?) e sembra il solito assassino sadico e brutale senza un movente che non sia quello di sollazzare il voyeurismo dello spettatore. Ma quando scopri che le sue vittime non sono solo ragazze carine che fuggono e inciampano in ogni buca dell’asfalto o del parquet cominci a farti delle domande, cosa davvero rara durante la visione di tali pellicole (è un modo di dire, son tutte girate in digitale…). Come ti domandi cosa ci fanno tutti quei trailer di altri film gore che continuano a interrompere la visione con altri personaggi, location, omicidi…e dato che trattasi di dvd amatoriale (senza offesa alcuna) viene da chiederti se hai sbagliato qualcosa quando hai fatto play nel menù principale…magari hai cliccato un'improbabile opzione “capitoli con trailer a random”…oppure hai cliccato “trailer” e stai solo vedendo una sequela di trailer tra cui, appunto, quello di “Dirty Love”…però Iggy Cow Pop continua a tornare…aaargh!!! Che succede?!
“Dirty Love” mi ha fatto capire due cose:
1- il gore non è morto ma è superbamente sopravvissuto come uno zombie infetto e purulento (tradotto: alcune scene sono davvero disturbanti)
2- anche un film gore può essere metalinguistico (sì, hai letto bene) alla faccia di Altman
I miei complimenti vanno quindi in particolare ad Andrea che ha giocato bene sui cliché del genere (trama semplice e dritta come un fuso, killer violento e sopra le righe, torture e omicidi ostentati e reiterati come gli assoli in un disco dei primi Morbid Angel) inserendo però quell’elemento metalinguistico che cambia radicalmente le carte in tavola, scombussola la storia e ti riempie la testa di tutte quelle domande che normalmente non sgorgano spontanee quando stai guardando un tizio che spacca il cranio a un altro tizio a colpi di teschio di toro (sic).
Mi è piaciuto molto questo contrasto tra il gore estremo, che comunque mi aspettavo, e l’idea di base che rende il tutto originale quel tanto da meritarsi una “recensione a modo mio”.
Idea che, ovviamente, non posso rivelare perché rovinerei la sorpresa a chiunque dovesse vedere il film in qualche festival o recuperarlo in qualsivoglia maniera.
Concludo con un pensiero profondo: a chiunque ritenga questo genere degradato, degradante e, nell’accezione più tecnica del termine, ignorante, ricordo che “Bad Taste” non solo è uno dei film più splatter della storia ma è anche il primo, amatorialissimo, film di un certo Peter Jackson, poi Leone d’Argento a Venezia per “Creature del Cielo” e pluripremiato agli Oscar per il suo “Signore degli Anelli” (ma potremmo citare anche Raimi, Cronnenberg…)
…e una frase ad effetto: il Gore è morto, viva il Gore!!!
Parliamo di gore estremo, indipendente, amatoriale. Quello a cui ti rivolgi, per intenderci, quando hai visto cose che voi umani non potete neanche immaginare…e hai comunque bisogno di rilanciare.
Tra la fine degli ’80 e gli inizi dei ’90 nacque la scuola ultra-gore tedesca capitanata dal sopraccitato Buttgereit, l’unico forse il cui nome dirà qualcosa a qualcuno. Un aiutino: suo il leggendario “Nekromantik” (’87) definito dal padrino del trash mr.John Waters “the first erotic-movie for necrofiliac”, e ho detto tutto (la scritta campeggiava sulla copertina della vhs quando aprii quel tanto agognato pacco arrivato dall’Olanda 12 anni fa…60mila lire di allora…qualità mediocre, probabilmente una copia…eeee quanti ricordi).
Poi arrivò Schnaas con la trilogia “Violent Shit” (il primo davvero ma davvero troppo amatoriale anche per i puristi più estremi, il terzo invece un vero un gioiellino di effettacci caserecci), Ittenbach coi suoi “Black Past” (notevole), “Premutos” (carino)…e insomma questo movimento underground si consolidava ma, come è giusto che sia per sua natura, restava appunto under ground.
Ho dovuto aprire una videoteca specializzata in horror e derivati a fine ’90 per procurarmi alcune di queste chicche (e-ho-detto-tutto).
Poi gli anni passano, i gusti cambiano, si perde un po’ il giro e alcune cose restano piacevoli ricordi. L’importante, credo, sia non rinnegare nulla del proprio passato…
…perché quando ritorna così brutalmente all’assalto delle tue retine hai solo due opzioni:
1- vade retro! ora sono un insegnante di cinema, non cago nulla sotto Altman!
2- figata! ho ancora 20anni nel 2009!
Ebbene, quando ho visto “Dirty Love” ho optato per la seconda.
Diretto da Patricio Valladares (il gore amatorial-extreme non solo è vivo ma ha espanso i propri confini territoriali), sceneggiato da Andrea Cavaletto (gentile fornitore del dvd) e prodotto da VallaStudio, “Dirty Love” è la storia di un fighissimo killer solitario che sembra Iggy Pop travestito da cow-boy (dove cacchio l’hanno trovato!?) e sembra il solito assassino sadico e brutale senza un movente che non sia quello di sollazzare il voyeurismo dello spettatore. Ma quando scopri che le sue vittime non sono solo ragazze carine che fuggono e inciampano in ogni buca dell’asfalto o del parquet cominci a farti delle domande, cosa davvero rara durante la visione di tali pellicole (è un modo di dire, son tutte girate in digitale…). Come ti domandi cosa ci fanno tutti quei trailer di altri film gore che continuano a interrompere la visione con altri personaggi, location, omicidi…e dato che trattasi di dvd amatoriale (senza offesa alcuna) viene da chiederti se hai sbagliato qualcosa quando hai fatto play nel menù principale…magari hai cliccato un'improbabile opzione “capitoli con trailer a random”…oppure hai cliccato “trailer” e stai solo vedendo una sequela di trailer tra cui, appunto, quello di “Dirty Love”…però Iggy Cow Pop continua a tornare…aaargh!!! Che succede?!
“Dirty Love” mi ha fatto capire due cose:
1- il gore non è morto ma è superbamente sopravvissuto come uno zombie infetto e purulento (tradotto: alcune scene sono davvero disturbanti)
2- anche un film gore può essere metalinguistico (sì, hai letto bene) alla faccia di Altman
I miei complimenti vanno quindi in particolare ad Andrea che ha giocato bene sui cliché del genere (trama semplice e dritta come un fuso, killer violento e sopra le righe, torture e omicidi ostentati e reiterati come gli assoli in un disco dei primi Morbid Angel) inserendo però quell’elemento metalinguistico che cambia radicalmente le carte in tavola, scombussola la storia e ti riempie la testa di tutte quelle domande che normalmente non sgorgano spontanee quando stai guardando un tizio che spacca il cranio a un altro tizio a colpi di teschio di toro (sic).
Mi è piaciuto molto questo contrasto tra il gore estremo, che comunque mi aspettavo, e l’idea di base che rende il tutto originale quel tanto da meritarsi una “recensione a modo mio”.
Idea che, ovviamente, non posso rivelare perché rovinerei la sorpresa a chiunque dovesse vedere il film in qualche festival o recuperarlo in qualsivoglia maniera.
Concludo con un pensiero profondo: a chiunque ritenga questo genere degradato, degradante e, nell’accezione più tecnica del termine, ignorante, ricordo che “Bad Taste” non solo è uno dei film più splatter della storia ma è anche il primo, amatorialissimo, film di un certo Peter Jackson, poi Leone d’Argento a Venezia per “Creature del Cielo” e pluripremiato agli Oscar per il suo “Signore degli Anelli” (ma potremmo citare anche Raimi, Cronnenberg…)
…e una frase ad effetto: il Gore è morto, viva il Gore!!!
martedì 7 luglio 2009
ATTENTI AL CANE!
Un mio ex-compagno di sbronze mi segnala il sito del suo nuovo progetto cinematografico: BEWARE OF THE DOGLui è Giovanni Bufalini, il sito è mooolto interessante, il progetto pure, e i relativi teaser fanno ben sperare, se non in una rinascita del cinema horror italiano, perlomeno in un buon film di genere che tutti dovrebbero vedere.
Almeno da quel che posso valutare ora. Cioè un’ottima fotografia, un montaggio chiaro e preciso e un attore (lo slasher baffuto) che sembra uscito direttamente da un film di Tobe Hooper degli anni ’70.
Sparatevi subito il teaser 2 QUI (il mio preferito).
martedì 23 giugno 2009
MARTYRS
Achtung: spoiler soggettivi qua e là.
‘sti.
ca.
zzi.
Non è solo questione di ciò che vedi ma è sostanzialmente l’idea di fondo a torturarti a morte ben oltre la visione della pellicola.
Che è tutto grasso che cola per un film inserito (per comodità, non per altro) nel torture porn (termine di comodo per l’ultimo sottogenere horror che in realtà ha visto i natali nei lontani anni ’80 con la serie orientale “Guinea Pig”).
Questa idea è tutta nell’immagine che ho messo all’inizio (lo spoiler più pesante).
Se “Saw” ha inaugurato il filone con sapienza e originalità, presto sfociate nella noia e nella messa in scena più piatta e ripetitiva dal terzo capitolo in poi…
Se “Hostel” è solo superficialmente disturbante perché non c’è niente di più divertente nel veder crepare sotto supplizio un gruppo di teen-ager che sei arrivato ad odiare, appunto, a morte per tutta la prima pallosissima ora di presentazione…
Se i sopraccitati “Guinea Pig” erano totalmente e splendidamente fini a sé stessi…
…”Martyrs” colpisce a fondo e lascia storditi perché sviscera il concetto stesso di supplizio fisico portandolo all’estremo limite, più che del guardabile, del conoscibile. Una verità così estrema che a nessuno è dato di conoscere tranne ai pochi fortunati che raggiungono e superano l’ultimo livello del supplizio fisico: infatti non sentiamo cosa sussurra Anna nell’orecchio della vecchia matrona alla fine del film e non lo sapremo MAI.
Paradossalmente il film del francese Pascal Laugier (già autore di “Saint Ange” che, oh, a me è piaciuto) lavora di sottrazione. Non ho detto non-visto, ma proprio sottrazione nel senso che evita il durante e arriva subito alla conseguenza.
Non a caso il film inizia con una delle protagoniste in fuga dalla sua cella degli orrori: una ragazzina col volto sporco di sangue, rasata e piena di escoriazioni sul corpo. Si è miracolosamente salvata dai suoi, ancora ignoti, carnefici. La polizia dice che non ha subito violenza sessuale. Lei non ricorda/non vuole ricordare cosa le hanno fatto. Bisognerà aspettare la seconda parte per conoscere esattamente i come, cosa e perché. Un’attesa terribile per una rivelazione insopportabile.
E non a caso troviamo un’altra vittima degli stessi carnefici (anche se il termine più esatto sarebbe “ricercatori”) dopo il supplizio che ha subito: vi garantisco che assistere al “tentativo di guarigione” della poveretta è decisamente peggio dell’aver assistito alle fantasiosissime torture che le hanno, evidentemente, inflitto.
‘sti.
ca.
zzi.
Non è solo questione di ciò che vedi ma è sostanzialmente l’idea di fondo a torturarti a morte ben oltre la visione della pellicola.
Che è tutto grasso che cola per un film inserito (per comodità, non per altro) nel torture porn (termine di comodo per l’ultimo sottogenere horror che in realtà ha visto i natali nei lontani anni ’80 con la serie orientale “Guinea Pig”).
Questa idea è tutta nell’immagine che ho messo all’inizio (lo spoiler più pesante).
Se “Saw” ha inaugurato il filone con sapienza e originalità, presto sfociate nella noia e nella messa in scena più piatta e ripetitiva dal terzo capitolo in poi…
Se “Hostel” è solo superficialmente disturbante perché non c’è niente di più divertente nel veder crepare sotto supplizio un gruppo di teen-ager che sei arrivato ad odiare, appunto, a morte per tutta la prima pallosissima ora di presentazione…
Se i sopraccitati “Guinea Pig” erano totalmente e splendidamente fini a sé stessi…
…”Martyrs” colpisce a fondo e lascia storditi perché sviscera il concetto stesso di supplizio fisico portandolo all’estremo limite, più che del guardabile, del conoscibile. Una verità così estrema che a nessuno è dato di conoscere tranne ai pochi fortunati che raggiungono e superano l’ultimo livello del supplizio fisico: infatti non sentiamo cosa sussurra Anna nell’orecchio della vecchia matrona alla fine del film e non lo sapremo MAI.
Paradossalmente il film del francese Pascal Laugier (già autore di “Saint Ange” che, oh, a me è piaciuto) lavora di sottrazione. Non ho detto non-visto, ma proprio sottrazione nel senso che evita il durante e arriva subito alla conseguenza.
Non a caso il film inizia con una delle protagoniste in fuga dalla sua cella degli orrori: una ragazzina col volto sporco di sangue, rasata e piena di escoriazioni sul corpo. Si è miracolosamente salvata dai suoi, ancora ignoti, carnefici. La polizia dice che non ha subito violenza sessuale. Lei non ricorda/non vuole ricordare cosa le hanno fatto. Bisognerà aspettare la seconda parte per conoscere esattamente i come, cosa e perché. Un’attesa terribile per una rivelazione insopportabile.
E non a caso troviamo un’altra vittima degli stessi carnefici (anche se il termine più esatto sarebbe “ricercatori”) dopo il supplizio che ha subito: vi garantisco che assistere al “tentativo di guarigione” della poveretta è decisamente peggio dell’aver assistito alle fantasiosissime torture che le hanno, evidentemente, inflitto.
(a proposito di torture e supplizi: in più occasioni, e decisamente nell'angosciantissimo e shockantissimo finale, ho pensato al barkeriano Hellraiser e a come di fatto sia, seppur in stile e modi diversi, una sorta di antesignano di questo "Martyrs" che qua e là lo cita, mai pedantemente ma piuttosto con gran cognizione di causa...e infatti scopro che Pascal Laugier sta proprio preparando il remake di Hellraiser. tutto torna in maniera matematica)
Altra grande sottrazione, nonché gran colpo di sceneggiatura, sta nella più plateale privazione di catarsi liberatoria perché, maledetto Laugier, mi ficca la vendetta contro i cattivi nella prima mezzora di film, ribaltando così sistematicamente il concetto di rape-revenge. Non è un flashforward, è semplicemente la vendetta di una delle due protagoniste. È terribile, perché non hai tempo di caricarti d’odio, non sai nemmeno chi sono i cattivi e soprattutto SE sono loro…Altro non dico perché se no, davvero, spoilero troppo.
Altra considerazione testuale riguarda il movente di questi cattivi, che è appunto la vera mazzata allo stomaco. NON LO RIVELO (anche se ho già + o – palesemente disseminato indizi) ma vi dico solo che mi sorprendo parecchio di come si può ancora essere tanto originali quanto letali in un genere che continua a masticare e rimasticare se stesso e i suoi cloni.
Altra grande sottrazione, nonché gran colpo di sceneggiatura, sta nella più plateale privazione di catarsi liberatoria perché, maledetto Laugier, mi ficca la vendetta contro i cattivi nella prima mezzora di film, ribaltando così sistematicamente il concetto di rape-revenge. Non è un flashforward, è semplicemente la vendetta di una delle due protagoniste. È terribile, perché non hai tempo di caricarti d’odio, non sai nemmeno chi sono i cattivi e soprattutto SE sono loro…Altro non dico perché se no, davvero, spoilero troppo.
Altra considerazione testuale riguarda il movente di questi cattivi, che è appunto la vera mazzata allo stomaco. NON LO RIVELO (anche se ho già + o – palesemente disseminato indizi) ma vi dico solo che mi sorprendo parecchio di come si può ancora essere tanto originali quanto letali in un genere che continua a masticare e rimasticare se stesso e i suoi cloni.
La paura è strettamente legata a ciò che non si conosce, ciò che non si sa. La paura più atavica dell’uomo è quella del buio, che tutto copre e tutto nasconde. Spesso gli horror più spaventosi sono quelli senza spiegazioni razionali o addirittura senza spiegazione alcuna, come capì già 40 anni fa il Maestro con la sua Notte dei Morti Viventi. Ho per es. apprezzato il recente “The Strangers” proprio per la totale mancanza di movente dei carnefici, e per totale mancanza intendo che anche la follia nel senso più classico è esclusa.
“Martyrs” invece ci dà un movente che non è né folle né razionale né soprannaturale…è semplicemente IL movente. Ha a che fare con la Nostra Storia, ce l’abbiamo nel dna.
E quando a ¾ di film viene rivelato, il primo effetto è di un’insperata, seppur labile, euforia da tiraggio di fiato, una pausa dal cardiopalma di un’ora che abbiamo appena subito, chi coprendosi gli occhi, chi guardando un angolo in alto sopra lo schermo (io!), chi uscendo dalla sala (su 4 coppie in tutto presenti ieri sera alla visione, una se n’è andata subito dopo il prologo…pesante, ok, ma ancora molto digeribile. Chissà cosa li ha convinti a comprare il biglietto: figata, l’ennesimo the ring?!). Perché quando sai, tiri il fiato. Come dire: bè, in fondo c'è un perchè. Il problema è che qui era preferibile non sapere. Forse così sarei riuscito a guardare dritta negli occhi l’ultima immagine (l’unica per la quale, confesso, ho dovuto chiuderli): niente di shockante né di peggio rispetto a tutto ciò che avevo visto durante il film, ma sta tutto in quella fottutissima idea di fondo che mi ha tormentato stanotte ed eccomi qui a scriverne per esorcizzarla.
Aggiungiamoci una regia impeccabile, che passa del realismo della prima parte (camera a mano, fuori fuoco…) alla freddezza e ricercatezza della seconda parte (scenografie, inquadrature corrette…). Aggiungiamoci due attrici (nomi nel film: Anna e Lucie, altro indizio) che si sono prestate letteralmente anima e corpo al film. Aggiungiamoci quel divieto, giustissimo, ai 18 ben in vista su volantini e cassa del cinema, che non si vedeva dai tempi di…boh? Sommate tutto e avrete un film che NON consiglio a nessuno in particolare se non a chi, come me, si aggrappa disperatamente all’originalità del medesimo e alla sua analisi “tecnica” per sopportare quello che ha visto/saputo.
Concludo con la solita considerazione/critica pseudo-cine-patriottica: in Francia e Spagna continuano a sfornare i vari “Orphanage”, “Rec”, “Alta Tensione”…e noi “Imago Mortis” e Dario “basta!” Argento. Al quale, tra l’altro, è dedicato “Martyrs”. Quel “pour Dario Argento” alla fine dei titoli di coda mi ha proprio fatto l’effetto di una dedica post-mortem...“al compianto Dario Argento”. Perché è questo che è il cinema horror italiano da 20 anni: morto. Ma tutto il mondo continua ad ispirarsi al nostro glorioso passato. Che rabbia, eh?
“Martyrs” invece ci dà un movente che non è né folle né razionale né soprannaturale…è semplicemente IL movente. Ha a che fare con la Nostra Storia, ce l’abbiamo nel dna.
E quando a ¾ di film viene rivelato, il primo effetto è di un’insperata, seppur labile, euforia da tiraggio di fiato, una pausa dal cardiopalma di un’ora che abbiamo appena subito, chi coprendosi gli occhi, chi guardando un angolo in alto sopra lo schermo (io!), chi uscendo dalla sala (su 4 coppie in tutto presenti ieri sera alla visione, una se n’è andata subito dopo il prologo…pesante, ok, ma ancora molto digeribile. Chissà cosa li ha convinti a comprare il biglietto: figata, l’ennesimo the ring?!). Perché quando sai, tiri il fiato. Come dire: bè, in fondo c'è un perchè. Il problema è che qui era preferibile non sapere. Forse così sarei riuscito a guardare dritta negli occhi l’ultima immagine (l’unica per la quale, confesso, ho dovuto chiuderli): niente di shockante né di peggio rispetto a tutto ciò che avevo visto durante il film, ma sta tutto in quella fottutissima idea di fondo che mi ha tormentato stanotte ed eccomi qui a scriverne per esorcizzarla.
Aggiungiamoci una regia impeccabile, che passa del realismo della prima parte (camera a mano, fuori fuoco…) alla freddezza e ricercatezza della seconda parte (scenografie, inquadrature corrette…). Aggiungiamoci due attrici (nomi nel film: Anna e Lucie, altro indizio) che si sono prestate letteralmente anima e corpo al film. Aggiungiamoci quel divieto, giustissimo, ai 18 ben in vista su volantini e cassa del cinema, che non si vedeva dai tempi di…boh? Sommate tutto e avrete un film che NON consiglio a nessuno in particolare se non a chi, come me, si aggrappa disperatamente all’originalità del medesimo e alla sua analisi “tecnica” per sopportare quello che ha visto/saputo.
Concludo con la solita considerazione/critica pseudo-cine-patriottica: in Francia e Spagna continuano a sfornare i vari “Orphanage”, “Rec”, “Alta Tensione”…e noi “Imago Mortis” e Dario “basta!” Argento. Al quale, tra l’altro, è dedicato “Martyrs”. Quel “pour Dario Argento” alla fine dei titoli di coda mi ha proprio fatto l’effetto di una dedica post-mortem...“al compianto Dario Argento”. Perché è questo che è il cinema horror italiano da 20 anni: morto. Ma tutto il mondo continua ad ispirarsi al nostro glorioso passato. Che rabbia, eh?
giovedì 11 giugno 2009
RECENSIONI MINIMAL-CHIC
Antichrist di Lars Von Trier. Un film brutto non interessa a nessuno, un film bello non crea dibattito. Di entrambi i tipi ci si dimentica presto. Accodandomi a tutta la critica nazionale e internazionale anch’io declamo: o lo ami o lo odi. Io lo amo, come (quasi) tutte le opere del danese ex-dogmatico (la serie tv “The Kingdom” su tutte). Lo amo per la sua provocazione, i ralenti estremi nel bosco, la volpe parlante, la violenza shockante, uno stile personalissimo che si rinnova di film in film.Il Maestro di Nodi di Massimo Carlotto. Ogni tanto un Carlotto me lo devo leggere, per rinfrancar lo spirito tra un enigma e l’altro e ricordarmi il valore della sintesi vs. lo scriversi addosso. Ritmo impressionante e trama impeccabile per una tematica abusata (sadomaso/snuff) ma qui talmente approfondita nelle logiche così perverse e così umane di vittime e carnefici da farti impazzire. Uno dei migliori romanzi brevi della serie dell’Alligatore. Da sbranare in un colpo solo.
Manioka di Nkodem. Secondo lo schema narrativo cajelliano a pesca, dove la polpa rappresenta lo stile e il nocciolo la trama, questo graphic-novel alternativ-francese è un cocomero di 12 kili con un unico semino al centro.
30 Rock di Tina Fey. Divenuta celebre per l’imitazione di Sarah Palin al Saturday Night Live, Tina Fey crea e interpreta una sit-com al fulmicotone ambientata dietro le quinte di uno show alla Saturday Night. Mai avrei pensato di divorare con tanta ingordigia queste prime due stagioni. E mai avrei pensato di inchinarmi davanti al talento comico di Alec Baldwin, qui in veste d’archetipo dell'uomo-marketing.
Atomic Robo di Clevinger/Wegener. Un robot con coscienza propria creato da Tesla che combatte il Male nelle sue forme più fiche (scienziati pazzi nazisti, piramidi semoventi, mummie viventi, insettoni giganti…), con le armi più fiche (bombe, mitra, pugni…) e coi mezzi più fichi (aerei, jeep, carri armati…). Dialoghi spassosissimi, ritmo indiavolato, grafica godibilissima. Spero solo che alcuni nodi lasciati platealmente in sospeso in questo primo volume vengano assolutamente al pettine nel prossimo.
Come una bestia feroce di Ed Bunker. Questo è realismo. Questo è crimine. Questo è scrivere.
San Valentino di Sangue 3D di Qualcuno. Nel 1895 in una fiera di Parigi veniva proiettata l’immagine in movimento di un treno che arriva in stazione. Gli spettatori presenti scappavano terrorizzati all’idea di esser travolti da quella locomotiva. Ci vollero 7 anni per associare quelle magiche e innovative immagini in movimento a una storia di astronauti che sbarcano sulla luna. Quanto ci vorrà ora per associare queste desuete immagini 3D a una trama?
21st Century Breakdown dei Green Day. Li seguo da quando li vidi dal vivo al Bloom di Mezzago dalle mie parti nel ’94: 3 ore di concerto, 300 persone, un pogo costante e irrefrenabile, uno dei concerti più belli della mia vita. Tre mesi dopo erano al Forum di Assago (MI) causa singolo “Basket Case”: 1 ora di concerto, 15mila persone, altro non so perché non c’ero. Qualcosa era cambiato, ma non ho mai smesso di ascoltare i loro dischi, tra alti e bassi. E dopo lo splendido “American Idiot” arriva quest’ultimo concept-album che non esito a definire perfetto per produzione, sound, songwriting.
Seven Brothers di Ennis/Kang, soggetto di John Woo. Il primo vero blockbuster a fumetti! Manca solo l’audio delle esplosioni, degli spari e dei mostri che fanno a botte. Usa e getta ma, ragazzi, che bella mezz’ora che ho passato.
Vincere di Marco Bellocchio. Il 90% degli spettatori si aspettava la nota biografia del duce e invece è solo la semi-nota storia di Ida Dalser e Benito Albino, ossia sua moglie e figlio segreti e segregati fino alla follia e alla morte. Che è solo il miglior modo per dipingere arroganza, ferocia, menefreghismo e potere mediatico del pelatone che fu.
martedì 17 marzo 2009
NANO-RECENSIONI CINEFILE
Operazione Valkiria. Incredibile…un film sui nazisti senza violenza. Due palle granitiche.The Wrestler. Neo-realismo all’americana: al posto di contadini e operai, lottatori in costume vecchi, falliti e pieni di steroidi. Camera a mano con lunghe riprese di schiena di Mickey, ma non pallose come quelle di Gus Van Sant. Su Rourke è già stato detto tutto. Un super-eroe anni ’80 fuori tempo massimo. Ipertrofico, ossigenato, lampadato, schiavo della propria immagine ormai decaduta e cadente: l’anti-icona per eccellenza. Non riesco ancora a togliermi dalla testa l’ultima inquadratura di lui che si butta dalle corde (chi l’ha visto sa cosa significa). Un capolavoro che ti entra sottopelle. Snobbato dagli Oscar, ma non da Venezia. Abbiamo ancora gusto.
Live! Mockumentary sul travagliato e controverso parto del reality più estremo della storia della tv: la roulette russa in diretta. Praticamente un finto reality su un finto reality. Meta-cinema e meta-televisione…a me ‘ste cose fanno impazzire, le adoro. Eva Mendes perfetta nel ruolo della cinica e arrivista ideatrice dello show, prima ostacolata poi corteggiata da tutti (sarà un caso che tenta proprio con una mela il giovane regista impegnato trasformandolo in devoto regista televisivo?). Anche il cinefilo più intellettuale e snob non può non star male durante il tesissimo finale con la diretta della show. Da vedere rigorosamente al cinema per gustarsi le reazioni del pubblico, il vero reality. Sfida vinta.
Cloverfield. Molto bella l’idea di un film hollywoodiano (FX, location, scenografie) ripreso tutto in handy-cam. Ennesima rielaborazione cinematografica dell’11 settembre, ma ok. Bello anche il mostrone e i ragnetti. Però alla fine: tutto qui?
The Millionaire. Donny Boyle lo amo e lo odio. Lo odio per Una Vita Esagerata, The Beach e il secondo tempo di 28 Giorni Dopo. Lo amo per Piccoli Omicidi tra Amici, Trainspotting, il primo tempo di 28 Giorni Dopo, Sunshine e The Millionaire. L’India secondo Boyle è schizofrenica esattamente come lui: da un lato marciume, miseria e violenza inaudita (quella del business dei bambini menomati apposta per mendicare) dall’altro soldi, fama e successo del gioco a premi per antonomasia. Il nostro eroe, il giovane partecipante dello show, conosce le risposte perché le ha vissute sulla sua pelle. Il che è risolto con un gran montaggio tra passato e presente con le domande del quiz a fare da fil rouge. Ottimo ritmo e ottime tematiche, insomma. Con lo stile estetizzante e pop di Boyle, altro punto a favore. Peccato il doppio finale…SPOILER: sono convinto al 100% che se il film finiva col protagonista che ritrova il suo amore ma perde tutti i soldi del quiz all’ultima domanda, non avrebbe vinto 8 Oscar ma sarebbe stato perfetto. E invece il protagonista deve vincere in amore e pure in ricchezza. Ecco perché The Wrestler non ha portato a casa manco una statuetta.
Il Curioso Caso di Benjamin Button. Anche David Fincher lo amo e lo odio. Qui l’ho piuttosto odiato perché ha sprecato alla grandissima un’idea originale e coinvolgente (uomo che nasce vecchio e muore neonato) trasformandola in un polpettone di 3 ore in bilico tra dramma e commedia senza essere né carne né pesce. Prologo ed epilogo sono ok (gli unici momenti in cui effettivamente viene considerata l’eccezionale diversità del protagonista) ma le 2 ore centrali sono la normalissima e pallosissima storia del signor X, tanto comune da risultare noiosa perfino alla fan n°1 di Brad Pitt (che, a differenza delle sue aspettative, deve accontentarsi di una mezz’oretta scarsa con Pitt giovane e figo, tié). Non so perché Benjamin è stato paragonato a Forrest Gump…per l’ingenuità? perché gira un po’ il mondo (ma nemmeno tanto)? Se penso a cosa avrebbe fatto 30 anni fa il giovane Lynch di Elephant Man con in mano un soggetto simile…
SPOILER: sinceramente, è possibile accettare che Benjamin perdoni con tanta facilità il padre che l'ha abbandonato appena nato perchè era un freak? ma un personaggio con meno palle e carisma si era mai visto prima??
venerdì 23 gennaio 2009
MICRO-RECENSIONI ARROGANTI
IMAGO MORTIS – Che brutto. Porcatroia chebbrutto.
THE STRANGERS – Lo slasher-movie è morto, lunga vita allo slasher-movie! Leva ai cattivi qualunque movente (qualunque, anche la follia pura) e non dormirai la notte chiedendoti “perché?! perché?!” Garantito.
JAN DIX – Iniziato benissimo: personaggio originale, contesto pure, idee ottime e sotto-testo ancora meglio…ma perché non regge più? Peggiora la serie o peggioro io?
THE LEGEND OF ZELDA: TWILIGHT PRINCESS – Bello è bello, giocabile è giocabile, mondi e character son fighissimi e quando sei lupo è uno sballo…ma temo di mollarlo per noia.
SOUTH PARK stagione 12 – Indy stuprato da Spielberg e Lucas, porcellini d’india giganti che invadono la città ripresi in handy-cam alla cloverfield, Britney Spears che si spara in bocca e continua a cantare, Cartman che caga sulla cattedra del signor Garrison (tornato uomo)…dio esiste.
THE STRANGERS – Lo slasher-movie è morto, lunga vita allo slasher-movie! Leva ai cattivi qualunque movente (qualunque, anche la follia pura) e non dormirai la notte chiedendoti “perché?! perché?!” Garantito.
JAN DIX – Iniziato benissimo: personaggio originale, contesto pure, idee ottime e sotto-testo ancora meglio…ma perché non regge più? Peggiora la serie o peggioro io?
THE LEGEND OF ZELDA: TWILIGHT PRINCESS – Bello è bello, giocabile è giocabile, mondi e character son fighissimi e quando sei lupo è uno sballo…ma temo di mollarlo per noia.
SOUTH PARK stagione 12 – Indy stuprato da Spielberg e Lucas, porcellini d’india giganti che invadono la città ripresi in handy-cam alla cloverfield, Britney Spears che si spara in bocca e continua a cantare, Cartman che caga sulla cattedra del signor Garrison (tornato uomo)…dio esiste.
venerdì 16 gennaio 2009
MINI-RECENSIONI LAPIDARIE
VISTO CHE SIETE CANI – Walter FontanaE con questo terzo libro Walter Fontana diventa il mio scrittore italiano preferito. Forse perché mi identifico troppo col protagonista, che è sempre un alter ego dell'autore. Nei primi due imperdibili romanzi trattava il mondo surreale del marketing creativo. In questo uno scrittore fallito si unisce a un gruppo di pessimi cabarettisti…finché scopre che in realtà sono perfetti e infallibili rapinatori di negozi.
INTERNI – Ausonia
Amo lo stile grafico e l’idea base ma non la narrazione, tutta inviluppata su stessa per veicolare il messaggio, sempre forte e chiaro in ogni singola tavola: vittima del suo stesso successo uno scrittore non può scrivere ciò che ama, ma solo ciò che vuole il pubblico. Alla lunga, si dilunga. La sua nemesi è “Misery” di King (quando era Re): contenuto identico, forma commerciale (o di genere, che dir si voglia). Chi ha ragione?
ROMANZO CRIMINALE (serie TV) – Stefano Sollima
Eccezionale. 12 episodi duri e crudi che arrivano diretti al volto come pugni di un ex-campione dei pesi medi in pensione ma ancora carico di rabbia inesplosa. Si potrebbe coniare il termine “neo-realismo televisivo”: la messa in scena è così poco artefatta, la tecnica registica così abilmente nascosta, la recitazione così naturale che l’empatia coi personaggi e col racconto raggiunge livelli inediti per un prodotto televisivo italiano e mondiale, via. Violenza di genere e spaccato social-politico dei ’70 si intrecciano fino a confondersi. Volutamente diverso dall’altrettanto splendido film di Placido per stile e scelte (parata di stelle italiane in Placido, attori sconosciuti in Sollima). Il libro di De Cataldo da cui è nato tutto è un cult assoluto, ma io non lo leggerò perché sono pigro.
LASCIAMI ENTRARE – Tomas Alfredson
Ennesima rivisitazione del mito del vampiro MA originalissima. Ragazzina vampira zingaresca e ragazzino svedese slavato: una delle più belle storie d’amore, un inno alla diversità così esplicito da risultare subliminale (?!). Ritmo lento e inesorabile, dialoghi sezionati con precisione chirurgica, violenza sfacciatamente realistica o splendidamente fuoricampo. La sua nemesi è Twilight, che non ho visto pur apprezzando la regista, ma i cui teen-attori mi danno il voltastomaco. Ho dei pregiudizi.
LA CACCIA – Tetsuya Tsutsui
Odio i manga, W i manga. Giovane ex-detenuto-teppista-alla-arancia-meccanica si annoia col suo nuovo lavoro e la sua nuova, normale, vita. Quindi perché non accettare la proposta via mail di partecipare a un gioco che è un mix violentissimo di nascondino e ce l’hai? I giocatori non si conoscono e devono individuarsi attraverso dei mini-navigatori satellitari di cui ognuno è dotato: lo scopo è impossessarsene, con ogni mezzo. Il tutto nella, normale, folla cittadina. Violenza post-moderna interessante ma poco approfondita, in favore di ritmo e adrenalina. Formalmente ottima la sceneggiatura. Ma ho capito chi era l’organizzatore del gioco a metà storia.
COME DIO COMANDA – Gabriele Salvatores
Ma che fine ha fatto la rapina al bancomat?! Ruotava tutto intorno a quello! E sì che la sceneggiatura l’hai scritta tu stesso, Niccolò! Adoro i tuoi libri e “Come Dio Comanda” non fa eccezione. “Io non ho paura” versione film funzionava, ma qui avete toppato. Se sento ancora una volta il pezzo di Robbie Williams spacco qualcosa. Un i.pod rosa, per esempio. Bastavano tre ascolti, Gabriele, non diciotto. Si capiva lo stesso cosa volevi dire, credimi.
911 – Recchioni e Cremona
Il classico cane che si morde la coda: che ritmo, ma c’è poca storia, e che azione, però il protagonista è un po’ piatto, e che montaggio, ok ma il montaggio incrociato presente/flashback sullo stesso personaggio non è difficile da gestire, e poi non annoia mai, d’accordo però, però l’hai letto tutto d’un fiato, ecc… La verità? Invidio visceralmente il successo editoriale ed economico di Roberto.
lunedì 29 dicembre 2008
STRENNE

TRAUMA CENTER – NEW BLOOD per Nintendo Wii.
Questo bell’aggeggio bianco e verticale continua a stupirmi e si ri-conferma la consolle alternativa per eccellenza. Contro l’irraggiungibile grafica di PS3 e Xbox 360, Nintendo ha risposto con la straordinaria (per quasi tutti i giochi) giocabilità dei suoi controller di movimento virtuale, rendendo così semplice e immediata l’esperienza videoludica anche in individui storicamente videoclasti come mia moglie.
Secondo capitolo dell’allegro chirurgo virtuale, “New Blood” ha una modalità equipe eccezionale: si gioca SEMPRE in perfetta ed equilibrata co-op (no split-screen ma schermo intero condiviso) e ognuno dispone dei medesimi strumenti e possibilità di interazione dell’altro. In termini un po’ meno tecnici: operi dei pazienti da solo o in due. In questo gioco infatti vesti i panni di un chirurgo che deve risolvere i più svariati problemi dei più svariati malati tagliando toraci, cucendo ferite, asportando schegge, aspirando emorragie, cauterizzando metastasi col laser, scoprendo tumori col sonar, disinfettando, defibrillando, massaggiando cuori in collasso cardiaco, ricomponendo frammenti di ossa, eccetera! E tutto ciò non sarebbe decisamente lo stesso col vecchio, statico, joypad. Qui quando tagli devi avere la mano davvero ferma…
La vera goduria di giocarci in due è che potendo compiere appunto le stesse azioni con gli stessi strumenti, ci si può coordinare in modo che uno esegua ciò che gli riesce meglio per preparare il terreno all’altro, e così via in una catena di montaggio sempre più veloce e precisa. Perché la vita di quelle persone è nelle tue mani, cribbio! Davvero, quando ti ritrovi a dire al tuo partner “disinfetta che io taglio, attento ai battiti, puntura, aspira…” il soggiorno di casa si trasforma in una vera sala operatoria. Che detta così non è un’immagine molto natalizia. Soprattutto quando ti muore tra le mani una bambina. Ma siamo chirurghi, abbiamo le spalle larghe.
I SEGRETI EROTICI DEI GRANDI CHEF di Irvine Welsh.
Non l’ho ancora finito, ma devo ammettere che l’ultimo romanzo dell’autore di Trainspotting, dopo una parziale delusione iniziale, è decollato e sta proseguendo alla grande. Merito di una svolta narrativa tanto surreale quanto efficace e, nello stile diretto e slangato di Welsh, credibile: (spoiler) nonostante i ripetuti eccessi il simpatico alcolista, donnaiolo, godereccio Danny Skinner scopre di essere sempre più in forma…perché a subirne le conseguenze fisiche è il suo sfigatissmo collega dell’ufficio igiene di Edimburgo Brian Kibby, vergine, astemio, timorato di dio e ben presto sull’orlo della morte. Tutto l’incantevole sadismo di Welsh che non ho trovato nelle prime 200 pagine esplode in particolare quando Danny, preoccupato che la morte di Brian ponga fine alla sua fortunata condizione o possa addirittura ritorcersigli contro, decide di prendersi delle salutari pause dai suoi mix di alcool-droga-sesso per tenere in vita lo sfigato (fine spoiler). Una trovata che viene appunto a galla quasi a metà storia ma in realtà sapientemente, e subliminalmente, preparata da tot capitoli precedenti. Non credo che troverò una spiegazione razionale nel finale, ma non importa. Come non importa se Danny scoprirà finalmente chi è suo padre, tra i vari chef di fama mondiale che ha preso in esame e ha preso di mira (plot o sub-plot, tra l’altro? chissene!).
Trattasi insomma di tomone da 400 e passa pagine (che negli States è uscito come “racconto” in un’antologia di scrittori vari…) dove i topos dello scrittore scozzese ci sono tutti, a cominciare dalla location edimburghese (stavolta però condivisa, brevemente, con la California), passando per i dialoghi squisitamente sgrammaticati e realistici e gli improvvisi e schizzati cambi di persona nella narrazione, fino alle dipendenze ossessive-(auto)distruttive (qui, su tutte, l’alcool) e alla cattiveria estremizzata, eppure così umana, del protagonista. Preferisco, comunque, il ritmo e la sinteticità dei (veri) racconti di “Ecstasy”.
UPLOAD: Finito. Bello. Da leggere, davvero, fino all'ultima pagina.
CHINESE DEMOCRACY di Axl Rose.
Il primo disco di Axl solista è, con mia somma sorpresa, semi-buono. Nel senso che trovo godibile la prima metà (ma proprio letteralmente, cioè fino “Catcher in the Rye” compresa) e piuttosto anonima la seconda. La title-track, ossia il singolo apripista che da un paio di mesi passa in radio, mi è sempre parsa un po’ piattina. La prima volta che lo speaker di virgin radio ne annunciò titolo e autore a fine brano, mi voltai incredulo verso la mia radio: ah, è il nuovo dei Guns? Ora che ho il disco, ammetto che apre abbastanza bene le danze. Ma rimane un pezzo non memorabile. Il secondo singolo radiofonico (terza track del disco) invece mi piacque assai e confermo: la sincopata “Better” dalla strofa malinconica e il ritornello energico, un bella via di mezzo tra la semi-ballad elettrica e l’hard-rock potente. “Street of Dreams” inizia come una ballad di Ozzy anni ’90, poi l’inconfondibile falsetto stridulo di Axl la ricolloca al giusto posto, per poi continuare come una ballad di Ozzy ’90…e quindi mi piace. “If the World” è una ballad, punto. È dura ammetterlo (chissà poi perché) ma certi tappeti d’archi synth un po’ stucchevoli (direttamente da “Use your Illusion”) e la melodia vocale trascinata e acuta di Axl qui sono piuttosto accattivanti. “There was a Time”, mid-tempo in crescendo: un po’ pomposo, di nuovo, il tappeto sinfonico ma, di nuovo, non mi dispiace. “Catcher in the Rye”, infine, risveglia il ricchione che è in te: una semi-ballad (ancora) energica, un po’ ingenua (soprattutto i cori) ma dalla melodia trascinante stile “dai, ce la faremo, sì, noi ce la faremo!” (NB: no, i testi non li ho ancora cagati, mi limito alle impressioni musicali). La seconda parte non mi piace. Forse devo ancora farci l’orecchio, ma non credo: il disco ha già subito un po’ di ascolti da parte mia e queste altre sette tracks non hanno l’immediatezza delle prime. Di nuovo, semi-ballad e ballad (terrificante l’ultima, “Prostitute”) più qualche pezzo di hard-rock moderno tirato e ben suonato ma troppo anonimo. Melodie, soprattutto vocali, interessanti in generale ma che sostanzialmente non lasciano il segno. Alcune davvero stomachevoli, tra l’altro. Della prima parte che mi piace ho dimenticato la track 2, “Shackler’s Revenge”, di cui apprezzo le stesse caratteristiche che invece mi rendono indigesti alcuni brani della seconda parte: hard-rock dall’arrangiamento complesso (troppe sovra-incisioni, troppi campionamenti), quasi progressive metal soprattutto nelle parti di chitarra. Lo apprezzo su un pezzo, non su cinque. Soli di chitarra virtuosissimi, ok, ma manca stile e compattezza, che è il problema generale di ‘sto disco: Axl si è preso tutto il tempo che voleva per stripparsi in arrangiamenti troppo costruiti, troppo ri-pensati, e in un songwriting che doveva a tutti i costi essere originale, e poi ha fatto eseguire il tutto da uno stuolo di ottimi tournisti, che però non si sono nemmeno incontrati in studio. Infatti strumentalmente è ineccepibile (e ci mancherebbe) ma manca di cuore.
Stesso problema, ma per motivi diversi, dell’ultimo Metallica: il copia&incolla dei loro gloriosi anni ’80 ha prodotto solo sterilità. L’unico Grande Ritorno Rock del 2008 che non mi ha deluso rimane “Black Ice” degli AC/DC, che continuano a rifare lo stesso album da 28 anni (il periodo Bon Scott non si tocca) ma, un po’ per simpatica coerenza, un po’ per autentico, sano e indiscusso groove blues-rock, continuano a farmi muovere testa e piede quando li metto nello stereo.
Degli storici Guns n’Roses, Axl a parte, su “Chinese Democracy” non c’è nessuno. Dei nuovi Guns c’è il tastierista Dizzy Reed. Per storici intendo il quintetto che nel ’87 partorì quella pietra miliare dell’hard-rock statunitense che risponde al titolo di “Appetite for Destruction” e nel ’88 (ri)pubblicò il semi-live/semi-acustico “Lies”, una raccolta di cover e non, imperdibile. Per nuovi intendo il sestetto che pubblicò nel ’91 il doppio così-così “Use your Illusion” e nel ’93 il più apprezzabile album di cover punk “The Spaghetti Incident?” (ma già il grande Izzy Stradlin li aveva mollati).
MADAGASCAR 2 della DreamWorks.
La sceneggiatura di Ethan Cohen, omonimo di uno dei fratelli più eccellenti della storia del cinema, conferma l’assioma vincente dei film d’animazione post-Toy Story: animazione digitale stra-figa + storia ben costruita = successo. Pixar docet. Che dire? Trascinato al cinema la sera del 25 dai fichissimi cugini di Sarah, entro carico di malumore perché nessuno ha accettato la mia proposta “The Spirit” (che non ho ancora visto me ne sto leggendo gran male). Per carità, il primo Madascar mi era piaciuto, però cacchio, dal trailer avevo dedotto che qui si canta e balla di brutto…ma il malumore passa subito con un sorprendente prologo sulle origini di Alex il leone. E poi via con la girandola di colori e gags sostenuta, appunto, da una trama non banale: (spoiler) gli animali dello zoo di N.Y. finiti in Madagascar ora tentano di ritornare a casa a bordo di un aeroplano sgangherato guidato da quattro pinguini (le vere star del film) ma finiscono nel cuore dell’Africa, in piena savana, a contatto con le loro radici, in particolare Alex che incontra i suoi genitori e viene accolto da tutti come il nuovo re leone (o leone alfa, che dir si voglia). Ma Alex è un perfetto ballerino, non un feroce guerriero come esige il folklore locale, e viene così bandito dal branco. Vi farà trionfale ritorno solo quando risolverà, insieme all’inseparabile zebra, il problema della siccità provocata da un gruppo di turisti newyorkesi persisi durante un safari (a causa dei geniali pinguinazzi) ma tosto riorganizzatisi per la sopravvivenza grazie alla guida della tostissima e indistruttibile vecchina scout, già conosciuta nel primo capitolo (fine spoiler). Gag davvero divertenti e quasi mai fini a sé stesse, ritmo narrativo che va di pari passo a quello musical-canoro (fortunatamente mai prevaricante) e, finalmente, un chiaro e inequivocabile messaggio pro-diversità ai bimbi mangia-popcorn di tutto il mondo: un ippopotamo può benissimo fidanzarsi con una giraffa, a differenza degli orchi che per farsi le umane devono prima aspettare che si tramutino in esseri verdi e deformi come loro (…)
NATHAN NEVER N°211 “Il mostro nell’ombra” di Rigamonti/De Angelis.
Esordio in casa Bonelli dell’amico e collega sceneggiatore Davide Rigamonti, per i blogger Dave R., per gli amici Violent Dave. E di violenza infatti si parla in questo giallo dalle tinte forti in cui l’agente alfa è, nientepopodimeno, sulle tracce di un serial-killer freak che rapisce e criògena arrapanti ragazze. Sì, avete letto bene: è la serie Nathan Never. È per questo che ho goduto. Una trama semplice, non per povertà di contenuti ma per fluidità di racconto, una detection nel senso più classico del termine, col suo bel prologone con vittima e modus-operandi del killer-che-non-vediamo-in-faccia, ma ben trapiantato nel futuro piovoso e tecnologico di Nathan con pochi, azzeccati, dettagli di sceneggiatura (il programmino di Sigmund che ricostruisce virtualmente gli ambienti e poi, bè, la criogenesi). Una storia che si lascia leggere d’un fiato. E con un buon colpo di scena finale, forse intuibile dai più smaliziati slasher-fan ma non altrettanto per tutti gli altri. Violent Dave corre dritto per la sua strada e non si ferma (un altro suo Nathan è previsto per il 2009) e De Angelis…è De Angelis, cazzo!
PORTAFOGLIO di pitone.
Come animalista sono indignato, come rockstar maledetta sono appagato. Ho subito traslocato (con indignazione) tutti i miei documenti e i 4 soldi che mi rimangono nell’accogliente ventre squamato di questo bel portafoglione panciuto. Ogni volta che tiro fuori gli spicci per pagare un caffè mi sento un po’ Mr. Crocodile Dundee.
RICORDANDO L’APOCALISSE di Kurt Vonnegut.
Raccolta postuma di dodici testi inediti dell’autore de “Le Sirene di Titano” e “Mattatoio n°5”, scelti dal figlio Mark. Non l’ho ancora iniziato ma il mio pre-giudizio è ottimo: capolavoro. Religione, Scienza, Tortura, Pena di Morte, Comunismo, Capitalismo, Guerra, Famiglia, Clima…Storico, Fantascienza, Dramma, Comico…insomma, il profondissimo caleidoscopio tematico e di generi dell’immortale Vonnegut, ancora una volta. Che ci ha lasciati l’aprile dell’anno scorso ma, come dicono i Tralfamadoriani, “in quel momento è in cattive condizioni, ma sta benissimo in un gran numero di altri momenti”. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Quindi io, nel futuro, ho già letto questo libro e l’ho trovato stupendo.
UPLOAD: Iniziato. Magnifico il testo del suo ultimo discorso in pubblico, che apre il libro. E poi guerra, Dresda, guerra e ancora guerra...
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mercoledì 3 dicembre 2008
EPILOGHI DI FILM la mia top 10

1. I GUERRIERI DELLA NOTTE
“Guerrieri?...Giochiamo a fare la guerra?...”
2. SEVEN
“Hemingway una volta disse: Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Io condivido solo la seconda parte.”
3. LA COSA
“Aspettiamo qui ancora un po’…e vediamo che succede…”
4. IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO
“Biondo! Lo sai di chi sei figlio tu?! Di una grandissima puttaaaaaa…”
5. TORO SCATENATO
“Io ero un combattente nato. Io potevo diventare qualcuno. Invece sono una nullità.”
6. N. IO E NAPOLEONE
“…perché non si stima un uomo dal vestito ma per quanti scalpi di tiranno s’è adoprato.”
7. FULL METAL JACKET
“Certo, vivo in un mondo di merda. Ma sono vivo. E non ho più paura.”
8. TRAINSPOTTING
“…tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai!”
9. LA CASA
“AAAAAAAAAAAAAH!!!”
10. THE OTHERS
(…)
“Guerrieri?...Giochiamo a fare la guerra?...”
2. SEVEN
“Hemingway una volta disse: Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Io condivido solo la seconda parte.”
3. LA COSA
“Aspettiamo qui ancora un po’…e vediamo che succede…”
4. IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO
“Biondo! Lo sai di chi sei figlio tu?! Di una grandissima puttaaaaaa…”
5. TORO SCATENATO
“Io ero un combattente nato. Io potevo diventare qualcuno. Invece sono una nullità.”
6. N. IO E NAPOLEONE
“…perché non si stima un uomo dal vestito ma per quanti scalpi di tiranno s’è adoprato.”
7. FULL METAL JACKET
“Certo, vivo in un mondo di merda. Ma sono vivo. E non ho più paura.”
8. TRAINSPOTTING
“…tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai!”
9. LA CASA
“AAAAAAAAAAAAAH!!!”
10. THE OTHERS
(…)
giovedì 27 novembre 2008
PROLOGHI DI FILM la mia top 10
1. DAL TRAMONTO ALL'ALBA
"Everybody be cool. You, be cool."
2. QUEI BRAVI RAGAZZI
"Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster."
3. TRAINSPOTTING
"Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos'altro."
4. ALI'
"Se qualcuno vi mette una mano addosso...fratello, tu devi fare del tuo meglio perché non metta più la mano addosso a nessuno."
5. MONSTERS & Co.
"Non c'è niente di più tossico e letale di un cucciolo umano!"
6. APOCALYPSE NOW
"This is the end..."
7. I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA
"Adios, imbecilles."
8. PROFONDO ROSSO
nana-na-nana-nana-na-nananana-nana-na-nanana-nanana-nanana...
9. KILL BILL VOL.1
"Mi trovi sadico?"
10. THE KILLER
"Tu credi in Dio?"
"Mai visto in faccia. Ma amo la pace che c'è qui dentro."
martedì 18 novembre 2008
THE ORPHANAGE: giochiamo!
Niente, la scuola horror spagnola batte il resto del mondo 1-0.Non solo per film medi (Fragile), buoni (Tesis, Labirinto del Fauno, Orphanage) e ottimi (The Others, Rec) accanto a discrete cagate, per quanto mi riguarda, degli stessi registi e produttori (Nameless, Semana Santa, La Spina del Diavolo…), ma anche e soprattutto perché di Scuola si tratta. Per stile, tematiche, tecnica.
Gli spagnoli sono bravi, hanno storie da raccontare, hanno fatto loro un genere ormai morto e sepolto in più parti del mondo. E lo fanno qui e ora, senza remake né nostalgie del passato (no, non sono mai stato un fan dell’horror/erotic-horror spagnolo ’70-’80 dei vari Jess Franco, Amando De Ossorio, eccetera).
L’horror orientale mi annoia da tempo, non mi spaventa, anzi mi infastidisce molto il volume a palla ogni volta che appare un baby-fantasma (che è un po’ come far esplodere un sacchetto gonfio d’aria vicino all’orecchio: alla terza volta che lo fai ti picchio, mentre al terzo film non vado più al cinema) e da anni è vittima della sua stessa sovrapproduzione...a quando i remake orientali dei remake americani degli originali orientali?
Il new horror francese mi piace ma quasi esclusivamente per lo stile (Aja su tutti, che poi l’hanno comprato gli americani, che poi è la fine che stanno facendo anche gli altri).
L’horror americano, salvo rare felici eccezioni (Rob Zombie e pochi altri), si basa ormai da anni su remake di film orientali (…), remake di horror storici di casa loro (Amityville, Omen, Halloween…) oppure prendono i faccioni patinati del momento, meglio se sexy come Jessica Alba o Halle Berry, e li ficcano in film inconsistenti che vai a vedere solo per faccioni e corpaccioni.
L’horror italiano...bè, non tornerà più come la stagione dell’amore di Battiato.
La scuola spagnola invece è forte e competitiva, perché sì alcuni registi vengono risucchiati da Hollywood (Guillermo Del Toro coi suoi Hellboy, blockbuster-horror per famiglie) ma molti continuano a lavorare, o lavorano anche, in patria (Del Toro stesso per The Orphanage stesso, qui in veste di produttore e talent scout).
Cosa significa? Significa che in Spagna si producono e girano horror validi e di successo, che girano il mondo, e alimentano così una bella factory nazionale che permette sia ad autori affermati che esordienti di lavorare.
Se in Italia vuoi fare il regista e uscire nelle sale ti tocca trattare temi esplicitamente sociali o mettere la parola “amore” nel titolo, altrimenti addio.
Sia chiaro: in Italia abbiamo grandissimi registi e talenti, che io adoro, ma in questo post parlo squisitamente di horror. Gli ultimi due film de paura italiani che ho visto son stati Ghost Son di Lamberto Bava (brutto a 360°) e Il Nascondiglio di Pupi Avanti (l’ho apprezzato per idea e atmosfera, ma a Casa le Finestre se la Ridono in modo imbarazzante. Anche per questa battuta).
C’è una cosa, però. L’horror ha spesso due livelli di lettura: Paura e Messaggio.
Spesso e volentieri questi due livelli sono inscindibili, a volte invece c’è solo il terrore fine a sé stesso (Rec ne è l’esempio recente più lampante). Il bello dell’horror è che i suoi fruitori lo apprezzano indistintamente sia in un caso che nell’altro. Provate invece a togliere il messaggio da un film di Muccino…fa cagare comunque, ok, ma gli americani non l’avrebbero mai assunto per fare altre cagate come La ricerca della felicità (sono questi i registi che ci comprano, ma forse è meglio, così ce li leviamo dalle palle).
Comunque sia: perché in Italia per parlare di disagio e diversità infantile ci vuole la faccia di Kim Rossi Stuart in un film impegnatissimo (e bellissimo) come Le Chiavi di Casa del pluri-premiato Gianni Amelio, mentre in Spagna si possono trattare gli STESSI temi ma attraverso un horror ben fatto, tesissimo, che sta incassando in tutto il mondo e per giunta di un esordiente? Perché non siamo (più) capaci di farlo anche noi?
THE ORPHANAGE di Juan Antonio Bayona (il talento scoperto da Del Toro, come si diceva sopra) è appunto un buon horror sotto entrambi i livelli di lettura. E' uno dei rari esempi in cui il Come va a braccetto col Cosa: racconta bene una storia (di paura) abbastanza originale.
Situazioni e atmosfere sono state viste e metabolizzate mille volte (orfanotrofio abbandonato, tragedia del passato che ritorna, presenze infantili inquietanti) ma qui rigurgitate e gestite in maniera impeccabile. C’è della gran maniera, certo. Il genere horror conta ormai quasi solo sul Come (ho già nominato il termine “remake”?...). Ma l’originalità di questo film sta nel Messaggio e nella sua Struttura Narrativa, così intrinsecamente inscindibili da formare un unico, interessante, Cosa. The Orphanage è un “horror con bimbi” costruito attorno a ciò che di più vicino e caratteristico hanno i bimbi: il GIOCO. Da qui la Paura, da qui il Messaggio.
SPOILER.
In questo senso il prologo è una dichiarazione d’intenti. La protagonista, da bambina, gioca a 1,2,3 stella nel parco dell’orfanotrofio con gli altri bimbi, cioè conta fino a 3 rivolta a un albero e poi si volta: chi coglie muoversi perde. Il tutto a camera ferma, inquadratura unica, i bimbi entrano in campo man mano, senza che lei riesca a coglierli mentre si muovono…e infatti raggiungono e toccano l’albero e lei perde.
Struttura: i bambini giocano, non conoscono altro modo per esprimersi e comunicare tra loro e col mondo esterno.
Messaggio: gli adulti non li ascoltano e non danno peso alle loro stupide fantasie, soprattutto se si tratta di bambini con problemi fisici e psicologici.
Detta così non sembra la trama di un film social/impegnato italiano?
E invece no: bimbo deforme, maschere, insopportabili angoli bui, scalinate che scricchiolano, inquietanti presenze, macabri segreti…e il pubblico in sala rimane ammutolito fino alla fine, saltando sulla poltrona di tanto in tanto ma non sempre (altrimenti: noia giapponese). Questo significa tenere alta l’attenzione dello spettatore. Che in quelle condizioni, pensa un po’, può anche recepire più forte e chiaro il messaggio dell’autore. Oppure non gliene frega niente e se la spassa lo stesso. Questo è il bello dell’horror.
E così la sventurata protagonista, l’orfanella del prologo ora madre adottiva a sua volta di un orfanello, per giunta affetto da aids e amici immaginari (!), deve ritrovare il suo piccolo sparito kafkianamente dopo mezz’ora di film, dopo cioè che ci siamo affezionati a entrambi e al loro rapporto fatto di gioie e incomprensioni, e pensiamo che il film vada da tutt’altra parte, tipo “vedo la gente morta” e alla fine il bambino strano risolve tutto. La madre come ritroverà suo figlio? Giocando a 1,2,3 stella, nascondino e caccia al tesoro, no? Lo spettatore smaliziato lo capisce abbastanza presto, lo spettatore medio lo capisce insieme alla protagonista. Dovrebbe essere sempre così un buon horror, e infatti questo lo è. Dovrei dire che il regista gioca coi cliché del genere, ma visto che è una frase abusata dico: Bayona fa letteralmente giocare i personaggi del suo film e di conseguenza gioca con noi e i nostri nervi. Ecco.
FINE SPOILER.
Che tu abbia letto o no lo spoiler, ti dico che questo è un film intelligente perché fa suoi i meccanismi della suspense e del terrore e allo stesso tempo tocca corde piuttosto profonde. Per questo la paura, qui, è del tipo "pesante": perché sotto la superficie fatta di scricchiolii inquietanti e maschere grottesche l’orrore è vero e credibile. Un horror fallisce quando crolla il patto narrativo con lo spettatore, quando cioè chi guarda non crede più a quello che gli viene mostrato e, di solito, ride invece di spaventarsi…brutto, eh?
La grande Geraldine Chaplin, qui nei panni di una medium, dice: “Non devi vedere per credere. Devi credere per vedere”.
E tutto ciò confezionato nella veste stra-collaudata e digeribilissima della moderna ghost-story. Come dire: il modello di vestito è sempre quello, ma t’ho fatto un taglio talmente su misura che non solo ci starai comodissimo ma ti sembrerà pure nuovo.
E c’è pure un occhio allo stile di ripresa più trendy degli ultimi anni, siore e siori, quello del finto reality, tutto concentrato (citato?) nella bella scena della medium: telecamere piazzate in tutte le stanze dell’orfanotrofio e la medium che va in trance e passeggia per la casa vedendo cosa successe 30 anni prima…lo vede solo lei, mentre noi vediamo attraverso i vari monitor solo le sue terrorizzate e terrorizzanti reazioni. Questo è ciò che io chiamo Raccontare.
QUASI-SPOILER. Il finale è perfetto, proprio perché lavora egregiamente sui due livelli di cui sopra. È tanto atroce e quasi insostenibile nella rivelazione del mistero che ha occupato 2/3 del film, quanto rassicurante nella sua morale (che in realtà ha occupato tutto il film). Impossibile? No. Andate a vederlo. E poi pensate a Kim Rossi Stuart.
Ripeto! Adoro i nostri grandi registi impegnati, sono loro che stanno (ri)lanciando il nostro cinema vincendo premi e facendo discutere molto, dicendo così a tutti, anche alla casalinga di Voghera, che non esiste solo Boldi che prende ceffoni in faccia e urla “bestia che dolore!”
Però, dai, perché non può formarsi un dignitoso mercato parallelo di sano e autentico genere italico? Perché ci è rimasta solo la Commedia? Perché mi devo aggrappare disperatamente a Romanzo Criminale di Placido (ottima anche la serie tv)?
Perché, insomma, non torniamo un po’ anche noi a giocare col cinema?
Cioè, si può riflettere anche cagandosi sotto (e così son sicuro di essere arrivato alla casalinga di Voghera).
martedì 9 settembre 2008
THE WINNER is...

Leone d'oro alla 65° mostra di Venezia a "THE WRESTLER" di Darren Aronofsky.
Con Mickey Rourke nei panni di un ex lottatore di wrestling finito malissimo, che tenta di risalire la china.
Praticamente la storia personale dell'ex super-star hollywoodiana degli '80, ora super-freak.
Standing ovation per lui al Lido. Il vero Winner è Mickey.
Un'icona. Punto.
Già ai tempi di "Homeboy" puzzava di ring, alcool e sconfitta.
Già nei panni del milleriano Marv ha dimostrato di essere l'anello mancante tra eroi di carta e eroi di carne, putrefatta in entrambi i casi.
Ora conto i giorni che mi separano dalla visione in sala di questo "The Wrestler"...
lunedì 28 luglio 2008
FUCK CSI

“La ragazza del lago” è un film di Andrea Molaioli del 2006 che dimostra, ancora una volta, come i nostri registi sappiano affrontare ogni genere cinematografico e uscirne non a testa alta ma altissima.
Fantascienza a parte, non siamo secondi a nessuno (no, “Nirvana” di Salvatores non è un capolavoro).
Sergio Leone re-inventò un genere già trito e ritrito 40 anni fa, gli diede nuova linfa vitale, nuove regole, e fece scuola Nel Mondo. Lo chiamavano Spaghetti Western (e continuavano a chiamarlo Spaghetti Western…)
Mario Bava, tra un capolavoro e l’altro, con “Reazione a catena” (1971) inventò lo slasher movie, quel particolare filone horror basato sull’eccidio di un gruppo di persone ad opera di un mostro (reale o non) in una precisa unità di tempo-spazio-azione. Cioè?! Cioè Halloween, Venerdì 13, Nightmare…e poi Scream, So cosa hai fatto…insomma tutti quei teen-horror-movie con cui siamo cresciuti e coi quali gli americani hanno fatto un sacco di soldi. Bè, il papà di tutto ciò è Mario Bava.
Pupi Avati con “La casa dalle finestre che ridono” ha inventato il thriller-gotico di provincia, in cui l’orrore non si cela più dentro castelli transilvani o case degli Usher, ma in casolari della solare campagna emiliana, tra religione e arte, matti di paese e vecchine inquietanti (il suo recente ultimo horror “Il nascondiglio” è un buon horror! Non ascoltate chi vi dice il contrario!)
Dario Argento ha dato un significativo scossone al genere giallo introducendovi la violenza esplicita (perché un delitto non è una persona immobile a terra: è una persona massacrata e insanguinata, a terra) soprattutto coi primissimi titoli animaleschi (“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “4 mosche di velluto grigio”) per poi esplodere con quel capolavoro naif che è “Profondo Rosso”, il giallo-horror più ingenuo e affascinante che sia mai stato realizzato dall’uomo.
Per non scomodare i vari polizziotteschi di fine ’70, non tutti dei gran film, ma col merito di aver fuso azione adrenalinica e poliziesco puro in opere da 90 minuti lanciate alla velocità di un’Alfa Giulia a 180 all’ora in tangenziale contromano. Sparatorie, giustizia spiccia (uno spasso) e inseguimenti veri con stunt-man veri che valgono 100 volte le garette fichette e colorate di “2Fast2Furious”. Ovviamente Tarantino con “Death Proof” ha omaggiato il genere in maniera talmente esplicita da rasentare e oltrepassare il dejà-vu (rivedere e soprattutto ri-ascoltare l’inseguimento finale). E giusto per completezza diciamo pure, e senza vergogna, che “Milano Odia” di Lenzi è l’Arancia Meccanica italiana.
Dobbiamo poi citare i mostri sacri della commedia (amara, mica Vanzina e Neri Parenti di ‘sta minchia) all’italiana? Mi limito al “Sorpasso” di Dino Risi e ai primi due “Fantozzi” di Salce, autentici calci in culo allo spettatore col sorriso sulle labbra.
Ebbene, “La ragazza del lago” è un giallo puro, di provincia (e dunque viene in mente Pupi Avati). Friulana, precisamente, tra laghetti, fiumi e montagne boscosissime (viene in mente Twin Peaks). Tra matti di paese, persone rispettabili, presunti assassini e tragedie familiari. Ma non tragedie tipo “mi ha lasciato il ragazzo e da allora non so più chi sono”…qui le tragedie sono Vere, Senza Speranza né Redenzione. Il regista si ispira direttamente alla nostra truce e grottesca cronaca nera più o meno recente (non posso fare nomi perché rischierei lo spoiler), tira fuori le paranoie e le paure ataviche del vicinato di provincia (cosa penseranno, cosa pensano di me che io penso di loro che noi pensiamo voi pensate essi pensano di tutti e di tutto) le fa esplodere in una tragedia che più classica di così si muore (e infatti è l’omicidio di una ragazza) e ricompone i pezzi del puzzle in un modo altrettanto classico, attraverso cioè una sana e cinematograficamente corretta indagine poliziesca. Un’indagine apparentemente lineare, ma solo perché la regia è così ferma e chiara che non ti perdi mai. Un’indagine che funziona sul serio, senza buchi né ingenuità.
Toni Servillo, che se in Italia ci fosse il pavimento delle star come a Hollywood le sue impronte coprirebbero un’area largamente imbarazzante, è il commissario incaricato di scoprire chi è l’assassino. Punto. Il resto è pura tragedia al cubo, compresa la storia personale del commissario che si fonde in maniera MOLTO intelligente col caso che deve risolvere (anche qui per la serie: non la solita stronzata del collega morto in servizio o serial-killer che ti perseguita), con svolte narrative e colpi di scena calibrati e pressoché perfetti, a cominciare dallo strepitoso incipit, il depistaggio più intelligente e meta-narrativo visto negli ultimi anni, che sbatte subito in faccia allo spettatore la tara del film, e cioè: ti presento un giallo dalla forma stra-classica ma non pensare di capire chi è il colpevole a metà film solo perché hai visto tutta la prima stagione di CSI, stupido spettatore presuntoso!
Il tutto sottovoce, mi viene da dire, quasi in sordina, ma quel tipo di sordina che ti entra sotto pelle senza che te ne accorga e non ti molla fino alla fine del film, e oltre direi. Sfido chiunque a non commuoversi alla frase finale che Super-Hero-Servillo dice alla figlia “Ti ha sorriso, visto?” che racchiude l’intero senso del film, anche se apparentemente non c’entra nulla (anche qui evito lo spoiler). Un padre commissario che cerca ostinatamente la verità nei suoi casi ma perpetua(va) la menzogna nella sua vita privata. Bellissimo.
Un sottovoce, dicevo, così potente da spazzare via qualunque episodio di CSI e romanzo di Michael Connelly…ma in silenzio, lontano dai riflettori e vicinissimo a cuore e viscere.
So che per alcuni è un’eresia, anch’io apprezzo CSI e leggo le indagini di Harry Bosch.
Ma Andrea Molaioli non ha bisogno di riprese multi-angolari digitali del dito mozzato della vittima per risalire al dna del cugino di 3° grado dell’amico d’infanzia del fratello dell’assassino per acciuffarlo. E nemmeno di pittoreschi (pur affascinanti, eh!) serial-killer che si ispirano ai quadri di Bosch (il pittore omonimo del detective Connelliano) per i propri, prolissi, delitti.
Molaioli ha dalla sua stile, classe, sensibilità, intelligenza. Ma non vincerà mai l’Oscar. Solo premi minori, tanti, da quel che so. E forse è meglio così.
Ed è pure il suo film d’esordio…’sticazzi. Invidia e Ammirazione allo stato brado.
In America hanno l’Hummer, tre tonnellate di Suv indistruttibile e imparcheggiabile (l’auto in dotazione agli agenti di CSI, tra l’altro).
In Italia abbiamo l’Alfa 8c…cos’è?! dov’è?! ……vedete?
Paranoia Finale: c’è una frase del film detta all’inizio (delle indagini) riguardante la posa del cadavere della vittima che è paro paro una frase detta in un dialogo del mio “Nero”, proprio all’inizio della sua indagine. E cioè: “Era stesa per terra come se dormisse”.
Ma quale paranoia, quale caso, quale plagio…la mia è solo invidia!!!
Fantascienza a parte, non siamo secondi a nessuno (no, “Nirvana” di Salvatores non è un capolavoro).
Sergio Leone re-inventò un genere già trito e ritrito 40 anni fa, gli diede nuova linfa vitale, nuove regole, e fece scuola Nel Mondo. Lo chiamavano Spaghetti Western (e continuavano a chiamarlo Spaghetti Western…)
Mario Bava, tra un capolavoro e l’altro, con “Reazione a catena” (1971) inventò lo slasher movie, quel particolare filone horror basato sull’eccidio di un gruppo di persone ad opera di un mostro (reale o non) in una precisa unità di tempo-spazio-azione. Cioè?! Cioè Halloween, Venerdì 13, Nightmare…e poi Scream, So cosa hai fatto…insomma tutti quei teen-horror-movie con cui siamo cresciuti e coi quali gli americani hanno fatto un sacco di soldi. Bè, il papà di tutto ciò è Mario Bava.
Pupi Avati con “La casa dalle finestre che ridono” ha inventato il thriller-gotico di provincia, in cui l’orrore non si cela più dentro castelli transilvani o case degli Usher, ma in casolari della solare campagna emiliana, tra religione e arte, matti di paese e vecchine inquietanti (il suo recente ultimo horror “Il nascondiglio” è un buon horror! Non ascoltate chi vi dice il contrario!)
Dario Argento ha dato un significativo scossone al genere giallo introducendovi la violenza esplicita (perché un delitto non è una persona immobile a terra: è una persona massacrata e insanguinata, a terra) soprattutto coi primissimi titoli animaleschi (“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code” e “4 mosche di velluto grigio”) per poi esplodere con quel capolavoro naif che è “Profondo Rosso”, il giallo-horror più ingenuo e affascinante che sia mai stato realizzato dall’uomo.
Per non scomodare i vari polizziotteschi di fine ’70, non tutti dei gran film, ma col merito di aver fuso azione adrenalinica e poliziesco puro in opere da 90 minuti lanciate alla velocità di un’Alfa Giulia a 180 all’ora in tangenziale contromano. Sparatorie, giustizia spiccia (uno spasso) e inseguimenti veri con stunt-man veri che valgono 100 volte le garette fichette e colorate di “2Fast2Furious”. Ovviamente Tarantino con “Death Proof” ha omaggiato il genere in maniera talmente esplicita da rasentare e oltrepassare il dejà-vu (rivedere e soprattutto ri-ascoltare l’inseguimento finale). E giusto per completezza diciamo pure, e senza vergogna, che “Milano Odia” di Lenzi è l’Arancia Meccanica italiana.
Dobbiamo poi citare i mostri sacri della commedia (amara, mica Vanzina e Neri Parenti di ‘sta minchia) all’italiana? Mi limito al “Sorpasso” di Dino Risi e ai primi due “Fantozzi” di Salce, autentici calci in culo allo spettatore col sorriso sulle labbra.
Ebbene, “La ragazza del lago” è un giallo puro, di provincia (e dunque viene in mente Pupi Avati). Friulana, precisamente, tra laghetti, fiumi e montagne boscosissime (viene in mente Twin Peaks). Tra matti di paese, persone rispettabili, presunti assassini e tragedie familiari. Ma non tragedie tipo “mi ha lasciato il ragazzo e da allora non so più chi sono”…qui le tragedie sono Vere, Senza Speranza né Redenzione. Il regista si ispira direttamente alla nostra truce e grottesca cronaca nera più o meno recente (non posso fare nomi perché rischierei lo spoiler), tira fuori le paranoie e le paure ataviche del vicinato di provincia (cosa penseranno, cosa pensano di me che io penso di loro che noi pensiamo voi pensate essi pensano di tutti e di tutto) le fa esplodere in una tragedia che più classica di così si muore (e infatti è l’omicidio di una ragazza) e ricompone i pezzi del puzzle in un modo altrettanto classico, attraverso cioè una sana e cinematograficamente corretta indagine poliziesca. Un’indagine apparentemente lineare, ma solo perché la regia è così ferma e chiara che non ti perdi mai. Un’indagine che funziona sul serio, senza buchi né ingenuità.
Toni Servillo, che se in Italia ci fosse il pavimento delle star come a Hollywood le sue impronte coprirebbero un’area largamente imbarazzante, è il commissario incaricato di scoprire chi è l’assassino. Punto. Il resto è pura tragedia al cubo, compresa la storia personale del commissario che si fonde in maniera MOLTO intelligente col caso che deve risolvere (anche qui per la serie: non la solita stronzata del collega morto in servizio o serial-killer che ti perseguita), con svolte narrative e colpi di scena calibrati e pressoché perfetti, a cominciare dallo strepitoso incipit, il depistaggio più intelligente e meta-narrativo visto negli ultimi anni, che sbatte subito in faccia allo spettatore la tara del film, e cioè: ti presento un giallo dalla forma stra-classica ma non pensare di capire chi è il colpevole a metà film solo perché hai visto tutta la prima stagione di CSI, stupido spettatore presuntoso!
Il tutto sottovoce, mi viene da dire, quasi in sordina, ma quel tipo di sordina che ti entra sotto pelle senza che te ne accorga e non ti molla fino alla fine del film, e oltre direi. Sfido chiunque a non commuoversi alla frase finale che Super-Hero-Servillo dice alla figlia “Ti ha sorriso, visto?” che racchiude l’intero senso del film, anche se apparentemente non c’entra nulla (anche qui evito lo spoiler). Un padre commissario che cerca ostinatamente la verità nei suoi casi ma perpetua(va) la menzogna nella sua vita privata. Bellissimo.
Un sottovoce, dicevo, così potente da spazzare via qualunque episodio di CSI e romanzo di Michael Connelly…ma in silenzio, lontano dai riflettori e vicinissimo a cuore e viscere.
So che per alcuni è un’eresia, anch’io apprezzo CSI e leggo le indagini di Harry Bosch.
Ma Andrea Molaioli non ha bisogno di riprese multi-angolari digitali del dito mozzato della vittima per risalire al dna del cugino di 3° grado dell’amico d’infanzia del fratello dell’assassino per acciuffarlo. E nemmeno di pittoreschi (pur affascinanti, eh!) serial-killer che si ispirano ai quadri di Bosch (il pittore omonimo del detective Connelliano) per i propri, prolissi, delitti.
Molaioli ha dalla sua stile, classe, sensibilità, intelligenza. Ma non vincerà mai l’Oscar. Solo premi minori, tanti, da quel che so. E forse è meglio così.
Ed è pure il suo film d’esordio…’sticazzi. Invidia e Ammirazione allo stato brado.
In America hanno l’Hummer, tre tonnellate di Suv indistruttibile e imparcheggiabile (l’auto in dotazione agli agenti di CSI, tra l’altro).
In Italia abbiamo l’Alfa 8c…cos’è?! dov’è?! ……vedete?
Paranoia Finale: c’è una frase del film detta all’inizio (delle indagini) riguardante la posa del cadavere della vittima che è paro paro una frase detta in un dialogo del mio “Nero”, proprio all’inizio della sua indagine. E cioè: “Era stesa per terra come se dormisse”.
Ma quale paranoia, quale caso, quale plagio…la mia è solo invidia!!!

Uno dei personaggi secondari del film: Maciste, il coniglio più grasso del mondo.
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