Non avrei mai immaginato che un giorno avrei utilizzato questa immagine per parlare del libro tenuto nella foto da David Duchovny nei panni di Hank Moody, scrittore fallito con alle spalle un unico romanzo di successo (quello lì) nell'ormai conclusa serie tv Californication.
Mi manca il Bukowski 2.0 di Duchovny (non a caso Hank di nome) che si muove in un'eternamente assolata L.A. fra relazioni molto pericolose, amici sbandati, un matrimonio burrascosissimo, tanto alcool e autocommiserazione.
Mi manca la sua incredibile capacità di passare da padre dell'anno agli occhi della cinica figlia il giorno in cui le regala una Stratocaster per avviare la sua prima band, a peggior ex-marito del mondo il giorno in cui finisce a letto con la figlia del marito della sua ex-moglie, figlia che lui non sapeva essere minorenne.
Non ha mezze misure, Hank, vive alla giornata e si trascina da un fallimento professionale a uno sentimentale con la grazia di chi ha già vissuto tutto ma ha ancora voglia di toccare il fondo per vedere l'effetto che fa.
Lo tiene a galla, economicamente e moralmente (?) parlando, l'unico romanzo di successo che abbia mai scritto, dal titolo che non solo è tutto un programma ma è anche la citazione di un disco omonimo degli Slayer del 2001: "God Hates Us All".
(anche il suo romanzo d'esordio viene intitolato "South of Heaven" come un disco degli Slayer del 1988. Che Tom Kapinos, l'ideatore della serie, sia un fan del quartetto thrash-metal losangelino?)
"God Hates Us All" sta a Californication come la valigetta di Marsellus Wallace sta a Pulp Fiction: il mcguffin ideale per muovere e smuovere personaggi, situazioni, relazioni.
Il best seller di Hank Moody gli permette una serena e allo stesso tempo rocambolesca vita da fancazzista, ideale per dedicarsi anima e corpo alle sue due principali passioni, alcool e donne, e perfetta per crogiolarsi in un inesauribile mix di nostalgia per quello che era, e che non sarà più, e nichilismo totale (vedi il primo punto).
Entrambi gli aspetti (donne/alcool e nostalgia/nichilismo) sono il principale motore narrativo sia della trama orizzontale dell'intera serie (ex-marito fedifrago che vuole riconciliarsi con la moglie ma non sa resistere al fascino altrui) che delle trame orizzontali delle singole stagioni (tentativi impossibili di scrivere un nuovo romanzo, disastrosi adattamenti televisivi del medesimo, improbabili stesure di musical per rockstar instabili...).
Quindi, per un fruitore della serie come me, QUEL libro è leggendario tanto quanto l'anello che comanda tutti gli altri per un fan della saga de Il Signore degli Anelli o il Necronomicon di Evil Dead. E visto che da che io ricordi esiste il merchandising, non può mancare nella mia libreria una copia del Necronomicon con copertina in gomma riproducente la pelle umana dell'oggetto feticcio del film, come non può mancare una copia di "God Hates Us All" di Hank Moody.
Solo che, nel primo caso, si tratta di una lussuosa e barocca custodia per il dvd del film (custodia che è sì un libro, nel senso che le pagine all'interno riportano le scritte e i disegni intravisti nel manufatto del film, ma nessun demone è stato evocando leggendole), nel secondo caso si tratta di un vero e proprio romanzo che un vero scrittore ha scritto sotto lo pseudonimo di Hank Moody.
Guilty Pleasure li chiamano. Piacere proibito. Che più liberamente potremmo tradurre con: chi minchia si compra il finto libro di un finto scrittore di una fiction finita da due anni?
Io. O meglio un mio caro amico che, conoscendomi fin troppo bene, ha optato per quel guilty pleasure cartaceo come regalo per il mio ultimo compleanno (e ora ho quasi l'età che aveva Hank a inizio serie...).
Idea bellissima, mi bastava l'oggetto in sé per essere felice. Ma già che c'ero perché non leggerlo? D'estate si legge di tutto, buttiamo nel calderone anche quello. Avevo appena finito "Cuore di tenebra" di Conrad, che ho aspettato una vita a decidermi di leggere, mi potevo pure concedere una cazzatona...
Ebbene, letti i primi due capitoli mi sono detto: molto divertente, rispecchia in pieno lo stile della serie, tutto ritmo, situazioni paradossali, rapporti uomo/donna al limite dell'horror. Che spasso. Se tutti i capitoli sono così sarà una piacevole lettura da ombrellone (anche se sono andato in montagna).
Pensavo insomma che ogni capitolo fosse un raccontino a sé, slegato da tutti gli altri, il che era il minimo sindacale di scrittura d'intrattenimento (soprattutto se alla base c'è una serie tv di successo come mondo di riferimento) ma mi andava anche bene. E invece. Invece stavo leggendo un romanzo nel vero senso del termine, una storia con uno sviluppo narrativo e un protagonista con un suo percorso di crescita che da un lato, sì, rispecchia (deve rispecchiare) lo stile della serie tv, ma dall'altro vive di vita autonoma, segue un percorso indipendente.
In altre parole, può leggerlo anche chi associa il titolo "Californication" esclusivamente all'album dei Red Hot Chili Peppers del 1999.
E' un romanzo piccolo ma appassionante. Funziona. Funziona molto bene. Pare di sentire la voce di Hank mentre si scorrono le pagine da "lui" scritte (appunto), pare di vederlo vivere tutte quelle situazioni, che non abbiamo mai visto nella serie perché sostanzialmente questo romanzo è un prequel della medesima che racconta gli anni "universitari" del giovane Hank a New York (talmente memorabili da convincerlo infine a lasciare la Grande Mela per fuggire a L.A.), pare di vederlo reagire nel modo giusto, nel modo corretto, il suo modo, quello che abbiamo imparato a conoscere puntata dopo puntata.
Pare, insomma, non solo che l'abbia scritto davvero lui, ma che lui abbia passato davvero tutte quelle peripezie, dalla sua giovane fidanzatina che come regalo di commiato lo accoltella a una spalla all'apprendistato come corriere della marijuana nei bassifondi di N.Y.
Già è difficile credere a certi autobiografismi di scrittori noti (Hemingway a parte, a lui ci credo che ha domato un toro), è il loro lavoro romanzare, remixare fatti, rielaborare dati, quindi dovrebbe essere doppiamente difficile credere a un finto scrittore che racconta la sua finta vita ispirata a finti fatti.
Eppure ci credo. Ora per me Hank Moody è un po' più reale.
Magia della fiction. Mistero della fede.
Ci credo, anche se dio ci odia tutti.
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venerdì 9 settembre 2016
mercoledì 3 ottobre 2012
BELLO / BRUTTO
BELLI
Breaking Bad. Colpo di fulmine. Dritto nella mia top 5 di serie tv preferite di sempre. Divorate le prime 4 stagioni, attendo con un’ansia insostenibile la 5° e ultima che chiuderà la serie l’anno prossimo. Dopo il Walter Bishop di Fringe, il mio nuovo Walter preferito fa White di cognome e mi piace pensarlo come il degno erede del Michael Douglas di “Un giorno di ordinaria follia”. Uomo qualunque, represso, famiglia sull’orlo di una crisi economica, insegnante frustrato di chimica nonché genio incompreso della medesima, trova la sua strada nel magico mondo dell’autoproduzione di metamfetamina. Tanti i pro quanti i contro, come ben sa ogni libero professionista. A complicare il tutto un cancro al cervello che a volte rientra nei contro e a volte, guarda un po’, nei pro. Ciliegiona sulla torta, a metà serie acquista un antagonista superlativo: Gustavo Fring, insospettabilissimo super boss della droga, semplicemente uno dei più bei cattivi mai apparsi su piccolo schermo.
The Big Bang Theory. Da anni ne sentivo parlare, da mesi le prime due stagioni giacevano sul mio comodino virtuale, da settimane ho cominciato a vederlo. Altro colpo di fulmine. Superata la mia idiosincrasia verso le risate registrate (nel mio governo immaginario sarebbero illegali) mi sono letteralmente innamorato di questa sit-com. E ho fatto un’interessante quanto inquietante scoperta: mi riconosco più o meno in tutti e quattro gli sfigatissimi geek protagonisti, in particolare Sheldon. Chi conosce la serie e conosce me probabilmente non vorrà più frequentarmi dopo questo outing. Con Sheldon, tengo a precisare, non condivido -ahimè- il superdotato Q.I. ma tutti gli sgradevoli rovesci di questa pesantissima medaglia, primo fra tutti l’ossessione compulsiva/soggettiva per l’ordine casalingo. Non raggiunge le vette di 30Rock né la genialità di qualsivoglia serie creata dal più grande comico britannico dopo i Monty Phyton, al secolo Ricky Gervais, ma mi terrà compagnia per lungo tempo, mi sa.
Uncharted 2. Sarò vecchio dentro, ma dopo il terzo Indiana Jones ho capito una cosa: il blockbuster d’avventura è morto con la ricerca del Sacro Graal. Hollywood non ha più saputo proporre una classica avventurona che tenesse incollati allo schermo per stupore ed emozione. Vani i tentativi con Brendan Fraser (…) tra mummie e centri della Terra, vani i cambi di look pirateschi e location caraibiche, pessimo il quarto Indy (giustamente “omaggiato” da South Park). Non parlo di incassi, ovviamente, ma di qualità. Sarà un problema legato al genere, forse troppo demodé e sfruttato. Come lo era il western negli anni ’60. Poi è arrivato Leone e l’ha semplicemente reinventato. In questi giorni ho capito che per l’Avventura non è un problema di contenuti né di stile, ma di mezzo: Uncharted 2 per PS3 è IL blockbuster d’avventura che aspettavo da anni. Un videogioco. L’Esplorazione è alla base dell’Avventura come lo è dell’Interattività: è l’uovo di Colombo, più semplice di così si muore. Mancava questo: esplorare ambientazioni esotiche e misteriose alla ricerca di tesori perduti, sfuggire ai cattivi in rocamboleschi inseguimenti su jeep, camion, treni, sparare ai medesimi per salvare la pelle, arrampicarsi su antiche rovine e montagne inesplorate… il tutto in PRIMA PERSONA. Senza limiti alle location vere e immaginarie, senza costrizioni temporali, senza farsi problemi se ammazzare o meno i cattivi. Perché Spielberg ci ha insegnato che in un film per famiglie si possono coniugare azione, umorismo e orrore, ma poi ha negato tutto ciò che l’ha reso famoso. Uncharted 2 unisce splendidamente adventure, platform, sparatutto, stealth. Ci fossero pure un paio di simulazioni di guida anche molto modeste (e le occasioni sono varie) sarebbe stato il videogioco perfetto. E invece è solo un 9 e mezzo. Complice pure una grafica allucinante e una fluidità di movimenti e gioco che rasentano la perfezione. Mi spiace per voi sfigati della x-box, ma Uncharted è una licenza esclusiva Sony. A-ah. Sì ok, ma adesso che l’ho finito? Prenderò il 3.
Futurama st.8. Sempre meglio. Alla faccia della Fox che l’aveva sospeso alla quarta stagione. Applausi e massima stima ai creatori Groening e Cohen che l’hanno voluto fermamente riprendere, prima in forma di una manciata di film poi di nuovo come serie, nonostante gli ascolti imparagonabili a quelli dei Simpson e il network che lo riteneva un prodotto scadente (stupidi repubblicani…). Essere plurimiliardari per aver creato la famiglia gialla più famosa del mondo e voler comunque creare un cartone ancora più perfetto, andando contro quella potentissima multinazionale che è il finanziatore che ti ha arricchito… non è commovente?
The Dome. Ho passato la mia adolescenza letteraria in compagnia di Barker e King, propendendo sempre un po’ di più per quest’ultimo. Del quale però non ho mai a fondo apprezzato i romanzi colossali da mille e rotte pagine (ebbene no, IT non lo porterei mai su un’isola deserta). Ci voleva The Dome a farmi cambiare idea. Non si tratta di virtuosismo da letteratura di genere (perché gestire una 20ina di personaggi lungo mille pagine fornendo loro moventi e passato sempre credibili e incastrare perfettamente le loro vicende circoscritte in un’area di una manciata di kilometri quadri in una manciata di giorni non è cosa da tutti), non si tratta di idee brillanti e, per quanto possibile nel 21° secolo, originali (anche se all’apparenza non sembrerebbe… anch’io ho pensato al film dei Simpson guardando la copertina > cittadina imprigionata sotto una cupola trasparente), non si tratta di scrittura al passo coi tempi, felicemente ancorata all’attualità per forma e contenuti. Non solo. Si tratta di concetti. Tra alti e bassi King ha sempre sviscerato concetti interessanti, spesso passando dalla pseudo autobiografia (il suo capolavoro, Misery, è il romanzo metalinguistico per antonomasia, astutamente camuffato da eccezionale thriller. Che è poi il metalinguismo perfetto). Alcuni di questi -concetti- ti entrano sotto pelle. Come quello di The Dome. King non rinuncia a una spiegazione finale. Sa benissimo che dopo mille pagine e mille ipotesi elaborate e dai suoi personaggi e dai suoi lettori, qualunque spiegazione a un fatto misterioso e soprannaturale risulta deludente. Ciononostante non ci rinuncia. Perché ha le palle. Troppo facile lasciare tutto in sospeso o alla libera interpretazione del lettore. Ora come ora sono operazioni fuori tempo massimo. E King è attualissimo. È il perché che sta dietro alla spiegazione a colpirti. Quello che ti entra sotto pelle. Che è quanto di più terribilmente umano si possa immaginare.
Neonomicon. Ogni volta che leggo un Alan Moore non capisco se il mio è fanatismo settario o oggettivo apprezzamento fumettistico. Le opere di Moore riescono ad appagare contemporaneamente il lettore e il critico che c’è in me. Passione e tecnica, insomma. Solo i grandi autori ce le hanno nelle giuste dosi. Ennesima opera ispirata a Lovecraft, il Neonomicon di Moore (geniale fin dal titolo, che scimmiotta e “aggiorna” il nome del leggendario e inesistente Necronomicon, il libro dei morti inventato da Lovecraft) individua e sviscera il cuore pulsante dell’opera omnia dello scrittore, ovvero la rappresentazione dell’Orrore e, in senso più definitivo, del Male. E lo fa nei due modi possibili: nella prima parte assistiamo alla rappresentazione soggettiva dell’Orrore, nella seconda via libera a quella oggettiva. Lovecraft non ha mai rappresentato il suo Orrore, i leggendari Antichi, quelle cattivissime divinità che in passato governavano la Terra e ora sono pronte a riprendersi il trono da un momento all’altro. Non ha mai descritto frontalmente queste creature, lasciando spazio alla suggestione e alle atmosfere. E Moore, che quando approfondisce un autore lo fa ridefinendo il concetto umano di “documentazione” (vedi “From Hell”), questa cosa l’ha capita tanto quanto conosce il media fumetto. Che è fatto e di immagini e di parole. Rappresentazione oggettiva e rappresentazione soggettiva.
Breaking Bad. Colpo di fulmine. Dritto nella mia top 5 di serie tv preferite di sempre. Divorate le prime 4 stagioni, attendo con un’ansia insostenibile la 5° e ultima che chiuderà la serie l’anno prossimo. Dopo il Walter Bishop di Fringe, il mio nuovo Walter preferito fa White di cognome e mi piace pensarlo come il degno erede del Michael Douglas di “Un giorno di ordinaria follia”. Uomo qualunque, represso, famiglia sull’orlo di una crisi economica, insegnante frustrato di chimica nonché genio incompreso della medesima, trova la sua strada nel magico mondo dell’autoproduzione di metamfetamina. Tanti i pro quanti i contro, come ben sa ogni libero professionista. A complicare il tutto un cancro al cervello che a volte rientra nei contro e a volte, guarda un po’, nei pro. Ciliegiona sulla torta, a metà serie acquista un antagonista superlativo: Gustavo Fring, insospettabilissimo super boss della droga, semplicemente uno dei più bei cattivi mai apparsi su piccolo schermo.
The Big Bang Theory. Da anni ne sentivo parlare, da mesi le prime due stagioni giacevano sul mio comodino virtuale, da settimane ho cominciato a vederlo. Altro colpo di fulmine. Superata la mia idiosincrasia verso le risate registrate (nel mio governo immaginario sarebbero illegali) mi sono letteralmente innamorato di questa sit-com. E ho fatto un’interessante quanto inquietante scoperta: mi riconosco più o meno in tutti e quattro gli sfigatissimi geek protagonisti, in particolare Sheldon. Chi conosce la serie e conosce me probabilmente non vorrà più frequentarmi dopo questo outing. Con Sheldon, tengo a precisare, non condivido -ahimè- il superdotato Q.I. ma tutti gli sgradevoli rovesci di questa pesantissima medaglia, primo fra tutti l’ossessione compulsiva/soggettiva per l’ordine casalingo. Non raggiunge le vette di 30Rock né la genialità di qualsivoglia serie creata dal più grande comico britannico dopo i Monty Phyton, al secolo Ricky Gervais, ma mi terrà compagnia per lungo tempo, mi sa.
Uncharted 2. Sarò vecchio dentro, ma dopo il terzo Indiana Jones ho capito una cosa: il blockbuster d’avventura è morto con la ricerca del Sacro Graal. Hollywood non ha più saputo proporre una classica avventurona che tenesse incollati allo schermo per stupore ed emozione. Vani i tentativi con Brendan Fraser (…) tra mummie e centri della Terra, vani i cambi di look pirateschi e location caraibiche, pessimo il quarto Indy (giustamente “omaggiato” da South Park). Non parlo di incassi, ovviamente, ma di qualità. Sarà un problema legato al genere, forse troppo demodé e sfruttato. Come lo era il western negli anni ’60. Poi è arrivato Leone e l’ha semplicemente reinventato. In questi giorni ho capito che per l’Avventura non è un problema di contenuti né di stile, ma di mezzo: Uncharted 2 per PS3 è IL blockbuster d’avventura che aspettavo da anni. Un videogioco. L’Esplorazione è alla base dell’Avventura come lo è dell’Interattività: è l’uovo di Colombo, più semplice di così si muore. Mancava questo: esplorare ambientazioni esotiche e misteriose alla ricerca di tesori perduti, sfuggire ai cattivi in rocamboleschi inseguimenti su jeep, camion, treni, sparare ai medesimi per salvare la pelle, arrampicarsi su antiche rovine e montagne inesplorate… il tutto in PRIMA PERSONA. Senza limiti alle location vere e immaginarie, senza costrizioni temporali, senza farsi problemi se ammazzare o meno i cattivi. Perché Spielberg ci ha insegnato che in un film per famiglie si possono coniugare azione, umorismo e orrore, ma poi ha negato tutto ciò che l’ha reso famoso. Uncharted 2 unisce splendidamente adventure, platform, sparatutto, stealth. Ci fossero pure un paio di simulazioni di guida anche molto modeste (e le occasioni sono varie) sarebbe stato il videogioco perfetto. E invece è solo un 9 e mezzo. Complice pure una grafica allucinante e una fluidità di movimenti e gioco che rasentano la perfezione. Mi spiace per voi sfigati della x-box, ma Uncharted è una licenza esclusiva Sony. A-ah. Sì ok, ma adesso che l’ho finito? Prenderò il 3.
Futurama st.8. Sempre meglio. Alla faccia della Fox che l’aveva sospeso alla quarta stagione. Applausi e massima stima ai creatori Groening e Cohen che l’hanno voluto fermamente riprendere, prima in forma di una manciata di film poi di nuovo come serie, nonostante gli ascolti imparagonabili a quelli dei Simpson e il network che lo riteneva un prodotto scadente (stupidi repubblicani…). Essere plurimiliardari per aver creato la famiglia gialla più famosa del mondo e voler comunque creare un cartone ancora più perfetto, andando contro quella potentissima multinazionale che è il finanziatore che ti ha arricchito… non è commovente?
The Dome. Ho passato la mia adolescenza letteraria in compagnia di Barker e King, propendendo sempre un po’ di più per quest’ultimo. Del quale però non ho mai a fondo apprezzato i romanzi colossali da mille e rotte pagine (ebbene no, IT non lo porterei mai su un’isola deserta). Ci voleva The Dome a farmi cambiare idea. Non si tratta di virtuosismo da letteratura di genere (perché gestire una 20ina di personaggi lungo mille pagine fornendo loro moventi e passato sempre credibili e incastrare perfettamente le loro vicende circoscritte in un’area di una manciata di kilometri quadri in una manciata di giorni non è cosa da tutti), non si tratta di idee brillanti e, per quanto possibile nel 21° secolo, originali (anche se all’apparenza non sembrerebbe… anch’io ho pensato al film dei Simpson guardando la copertina > cittadina imprigionata sotto una cupola trasparente), non si tratta di scrittura al passo coi tempi, felicemente ancorata all’attualità per forma e contenuti. Non solo. Si tratta di concetti. Tra alti e bassi King ha sempre sviscerato concetti interessanti, spesso passando dalla pseudo autobiografia (il suo capolavoro, Misery, è il romanzo metalinguistico per antonomasia, astutamente camuffato da eccezionale thriller. Che è poi il metalinguismo perfetto). Alcuni di questi -concetti- ti entrano sotto pelle. Come quello di The Dome. King non rinuncia a una spiegazione finale. Sa benissimo che dopo mille pagine e mille ipotesi elaborate e dai suoi personaggi e dai suoi lettori, qualunque spiegazione a un fatto misterioso e soprannaturale risulta deludente. Ciononostante non ci rinuncia. Perché ha le palle. Troppo facile lasciare tutto in sospeso o alla libera interpretazione del lettore. Ora come ora sono operazioni fuori tempo massimo. E King è attualissimo. È il perché che sta dietro alla spiegazione a colpirti. Quello che ti entra sotto pelle. Che è quanto di più terribilmente umano si possa immaginare.
Neonomicon. Ogni volta che leggo un Alan Moore non capisco se il mio è fanatismo settario o oggettivo apprezzamento fumettistico. Le opere di Moore riescono ad appagare contemporaneamente il lettore e il critico che c’è in me. Passione e tecnica, insomma. Solo i grandi autori ce le hanno nelle giuste dosi. Ennesima opera ispirata a Lovecraft, il Neonomicon di Moore (geniale fin dal titolo, che scimmiotta e “aggiorna” il nome del leggendario e inesistente Necronomicon, il libro dei morti inventato da Lovecraft) individua e sviscera il cuore pulsante dell’opera omnia dello scrittore, ovvero la rappresentazione dell’Orrore e, in senso più definitivo, del Male. E lo fa nei due modi possibili: nella prima parte assistiamo alla rappresentazione soggettiva dell’Orrore, nella seconda via libera a quella oggettiva. Lovecraft non ha mai rappresentato il suo Orrore, i leggendari Antichi, quelle cattivissime divinità che in passato governavano la Terra e ora sono pronte a riprendersi il trono da un momento all’altro. Non ha mai descritto frontalmente queste creature, lasciando spazio alla suggestione e alle atmosfere. E Moore, che quando approfondisce un autore lo fa ridefinendo il concetto umano di “documentazione” (vedi “From Hell”), questa cosa l’ha capita tanto quanto conosce il media fumetto. Che è fatto e di immagini e di parole. Rappresentazione oggettiva e rappresentazione soggettiva.
Settimana prossima i Brutti!
lunedì 12 settembre 2011
MICRORECE
“Super 8” di J.J.Abrams
Primo tempo Abrams, secondo tempo Spielberg.
“L’ultimo terrestre” di Gian Alfonso Pacinotti
Mah…
“Cowboys and Aliens” di Jon Favreau
Né gli uni né gli altri.
“Wilfred” (serie tv)
Come un cane.
“Blankets” di Craig Thompson
Caldo e Freddo.
“Vloody Mary” di Paolo Di Orazio
Retro-necromantico.
“Super” di James Gunn
L’anti-KickAss.
“Drive” di Nicolas Winding Refn
Falso post-tarantino anni ’80.
“Powers: Cosmico” di Bendis-Oeming
Avanti così.
“Cassidy” di Pasquale Ruju
Oh, a me piace.
“Notte buia, niente stelle” di Stephen King
Brutto, sporco e vendicativo.
Primo tempo Abrams, secondo tempo Spielberg.
“L’ultimo terrestre” di Gian Alfonso Pacinotti
Mah…
“Cowboys and Aliens” di Jon Favreau
Né gli uni né gli altri.
“Wilfred” (serie tv)
Come un cane.
“Blankets” di Craig Thompson
Caldo e Freddo.
“Vloody Mary” di Paolo Di Orazio
Retro-necromantico.
“Super” di James Gunn
L’anti-KickAss.
“Drive” di Nicolas Winding Refn
Falso post-tarantino anni ’80.
“Powers: Cosmico” di Bendis-Oeming
Avanti così.
“Cassidy” di Pasquale Ruju
Oh, a me piace.
“Notte buia, niente stelle” di Stephen King
Brutto, sporco e vendicativo.
domenica 14 febbraio 2010
TOTALLY FUTIL (2)
I tredici libri che salverei da un olocausto nucleare, stando attentissimo a non perdere gli occhiali e poi non calpestarli:1- "Le sirene di Titano" Kurt Vonnegut
2- "Il bar sotto il mare" Stefano Benni
3- "L'angelo del silenzio" James Ellroy
4- "Arrivederci, amore ciao" Massimo Carlotto
5- "Il Maestro e Margherita" Michail Bulgakov
6- "Ti prendo e ti porto via" Niccolò Ammaniti
7- "Trilogia della città di K" Agota Kristof
8- "Misery" Stephen King
9- "Storie di ordinaria follia" Charles Bukowski
10- "Non ho problemi di comunicazione" Walter Fontana
11- "Come diventare buoni" Nick Hornby
12- "La storia infinita" Michael Ende
13- "Non è successo niente" Tiziano Sclavi
lunedì 21 dicembre 2009
EBBONNATALE
Ooooh...finalmente mi godo il mio virus gastroqualcosa in compagnia delle mie autostrenne, ossia i regali natalizi che mi sono fatto da solo così non sbaglio. Le rare volte che mi ammalo infatti mi rendo conto di come il 90% dei miei interessi possa essere consumato comodamente su un divano, soprattutto d'inverno e soprattutto se fuori nevica chediolamanda.
La festa sì, io non ancora. Tanto già so che diventerà un mio nuovo riferimento letterario.
Già divorato e leccatomi i baffi, mi sa che mi rileggo tutta la saga. Sì sì, rileggere. Poche cose ma di qualità e ben digerite (il mio virus sta influenzando anche la mia prosa?): questo sarà il mio motto per gli anni '10.
Non riesco a toglierlo dallo stereo. Dopo tot album deludenti, per quanto mi riguarda, questo li riporta ai fasti degli inizi ("Ten" e "Versus", il resto non mi ha mai fatto impazzire al 200% tranne forse "Binaural"). Anzi li rilancia. E' raro nel '09 ascoltare il disco di una band di successo mondiale con 20 anni di carriera alle spalle e aver nostalgia di sale prove umide e poco illuminate. E poi questo disco è ricoperto di uno dei packaging più anti-mulo della storia della musica.
"Dead Space - Extraction"...ossia il prequel di Dead Space solo per Wii! Uiiiii!!! (almeno da quel che ho capito dalla copertina, non ci ho ancora giocato) Uiiiii!!!
aaaahhhhh...(con bava e lingua fuori alla homer) Che dire? leggi il titolo. e pure usato l'ho trovato. aaaahhhhhh....
...e 'sto "Virtua Tennis 2009", sempre per Wii. Il tennis non mi è mai piaciuto ma sono piuttosto bravo nel tennis-demo della Wii, quindi. Demo che aveva due grosse pecche: i pupazzotti/avatar (beato il resto del mondo che se lo sta vedendo al cinema, tra l'altro) e l'opzione insindacabile dei due giocatori per campo (odiosissima 'sta cosa, siamo in un paese libero cazzo). Problema risolto.
TANTIAUGURIDIBUONEFESTE!
La festa sì, io non ancora. Tanto già so che diventerà un mio nuovo riferimento letterario.
Già divorato e leccatomi i baffi, mi sa che mi rileggo tutta la saga. Sì sì, rileggere. Poche cose ma di qualità e ben digerite (il mio virus sta influenzando anche la mia prosa?): questo sarà il mio motto per gli anni '10.
Non riesco a toglierlo dallo stereo. Dopo tot album deludenti, per quanto mi riguarda, questo li riporta ai fasti degli inizi ("Ten" e "Versus", il resto non mi ha mai fatto impazzire al 200% tranne forse "Binaural"). Anzi li rilancia. E' raro nel '09 ascoltare il disco di una band di successo mondiale con 20 anni di carriera alle spalle e aver nostalgia di sale prove umide e poco illuminate. E poi questo disco è ricoperto di uno dei packaging più anti-mulo della storia della musica.
"Dead Space - Extraction"...ossia il prequel di Dead Space solo per Wii! Uiiiii!!! (almeno da quel che ho capito dalla copertina, non ci ho ancora giocato) Uiiiii!!!
aaaahhhhh...(con bava e lingua fuori alla homer) Che dire? leggi il titolo. e pure usato l'ho trovato. aaaahhhhhh....
...e 'sto "Virtua Tennis 2009", sempre per Wii. Il tennis non mi è mai piaciuto ma sono piuttosto bravo nel tennis-demo della Wii, quindi. Demo che aveva due grosse pecche: i pupazzotti/avatar (beato il resto del mondo che se lo sta vedendo al cinema, tra l'altro) e l'opzione insindacabile dei due giocatori per campo (odiosissima 'sta cosa, siamo in un paese libero cazzo). Problema risolto.TANTIAUGURIDIBUONEFESTE!
venerdì 18 settembre 2009
COSE PICCOLE
WARNING: contiene riflessioni personali sull’Esistenza ed è un pò lungo.
“Mi mancano cose come perdermi in un mercatino dell’usato per cercare un disco introvabile…e quando lo trovavo mi sentivo al settimo cielo.”
Questo diceva Cobain pochi mesi prima di spararsi in faccia. Non giustifica quella fine né lo rende il guru di chissà chi, chissà cosa. Il problema è che, nolente e nolente (non è un errore), Kurt fu portato su un piedistallo quando stava meglio in un pozzo.
Ma non è di lui che voglio parlare. La foto è solo per attirare l’attenzione.
Quest’estate stavo vedendo l’ennesima commemorazione dell’ex-Nirvana (in realtà era uno speciale sul rock diviso in puntate cronologico/tematiche e quella sul grunge si è ineluttabilmente trasformata in una monografia di Kurt Cobain) quando fui colpito da quella frase. E dall’espressione rassegnata e tristissima del 27enne che la pronunciava durante una delle tante interviste di routine. Era un tossico molto vicino allo stadio terminale, d’accordo, ma era tremendamente sincero. Una frase piccola, insignificante di per sé, una frase del cazzo che va a sommarsi alle migliaia di altre che i media recuperano/estorcono da/a star ormai putrefatte per rimetterle insieme come mostri di frankenstein mediatici e darcele in pasto con puntualissima cadenza annuale. Abbiamo bisogno di icone, evidentemente.
Ma perché quella frase mi ha colpito? Perché è stato uno dei tanti segnali.
Perché è arrivata nel bel mezzo di una mia introversissima riflessione personale che va avanti da qualche mese, e ora si è conclusa, su: rock, rock anni ’70, musica attuale, film belli, film brutti, copiare, scaricare, comprare, leggere, scrivere, background, allievi della Scuola del Fumetto, esami di fine anno della Scuola del Fumetto.
Rappresentando le sopracitate voci più o meno il 90% di ciò che vivo e respiro (escluso l’Ammore, ovvio), di ciò che sono e sono diventato, posso concludere che questa è una riflessione personale sulla Mia Vita: Chi sono, Cosa faccio e Perché lo faccio.
(sicuramente anche la lettura di “Alta Fedeltà” di Hornby c’entra qualcosa)
- Sono un lettore di fumetti e narrativa in genere, un ascoltatore di rock a 360°, uno spettatore di film a 720°, un mediocre giocatore di videogames e un ciclista della domenica (sabato, per la precisione).
- Faccio lo sceneggiatore di fumetti per vivere, cioè invento storie e poi le scrivo seguendo una struttura tecnica grazie alla quale dei disegnatori le rappresenteranno infine in forma di fumetto.
- Lo faccio perché sono fortunato, ok, ma anche perché ho tanta fantasia E ho letto, visto, giocato, ascoltato un sacco di roba, e continuo a farlo.
A 14 anni ascoltavo gli Iron Maiden i cui testi erano citati in Dylan Dog che aveva appeso nello studio il poster del Rocky Horror Picture Show. Che bello, tutto tornava! Che bello, non ero solo!
Leggere, vedere, ascoltare tutta quella roba in quel fantastico cortocircuito di citazioni incrociate, parallele, analogiche, volontarie e involontarie, credo sia stato il succo della mia vita. Un succo che mi ha così tanto nutrito mentalmente da permettermi poi di nutrirmi materialmente.
La cosa che mi ha spaventato in questi mesi e condotto a questa riflessione è proprio quest’uso terribilmente disinvolto del passato quando mi riferisco al mio Succo. Oddio, e quindi adesso non mi ci nutro più?! Ho esaurito tutti i fumetti, libri, film, musica che mi ispirano e mi fanno scrivere e mi consolano e mi divertono e mi fanno riflettere e mi gasano e in pratica mi tengono in vita?! Che sta succedendo?!
Mi sta(va) succedendo quello che portò Cobain al suicidio: quando puoi avere tutto non ti godi più niente. Nel suo caso la colpa erano Soldi e Successo, nel mio (come per molti altri comuni mortali) Mulo Elettronico e Pigrizia, che vanno così d’accordo da scambiarsi continuamente i ruoli di Causa ed Effetto.
Fortunatamente sono un po’ meno sensibile e fuori di testa di Cobain, quindi sono ancora vivo.
Ci sono stati vari segnali, soprattutto quest’estate, che mi hanno fatto riflettere e poi capire cosa mi mancava. Non era l’Oriente né un’amante. Era molto più semplice. Mi mancava la conquista delle cose che mi piacciono. Entrare in quel maledetto mercatino dell’usato e trovare proprio quel disco che stavi cercando. Non necessariamente una rarità o un’edizione particolare. Semplicemente quello.
È il Mulo che mi ha reso sterile. Per quanto sia sempre stato contrario allo skarico selvaggio, per quanto abbia sempre optato per uno skarico “intelligente” (rubare ai ricchi, in pratica), per quanto la natura stessa del mio lavoro mi imponga una certa etica a riguardo, per quanto bla bla bla…non sono un santo.
Il problema è questo: perché avere d’un botto tutti gli album dei Muse non me li ha fatti apprezzare come invece avrei creduto? Forse perché andavano ascoltati con più calma, centellinati. Forse semplicemente non mi piacciono e basta.
No, la verità è che non me li sono conquistati (che poi fa rima con centellinati, apprezzati, goduti, ecc…). Tutto qui. Poi magari non mi sarebbero comunque piaciuti, ma non è questo il punto.
Un altro dei segnali di cui sopra, forse il più significativo, l’ho sentito a fine agosto in quel di Amboise, cittadina della Loira famosa per il suo castello e il parco di Leonardo da Vinci. La mia Sara, attratta da vestitini simil-etnici a pochi euro esposti in un negozietto della via turistica della cittadina in questione, si fiondò nel negozio medesimo e cominciò a guardarsi in giro. Io, come sempre, la seguii controvoglia. Un po’ perché sono un maschio e non mi interessano certo i vestiti da femmina, un po’ perché sono un maschio e devo fare la parte del marito scocciato per la moglie spendacciona (quando in realtà lei guadagna come me e forse spende meno in cazzate…adorate cazzate). Ebbene le casse del piccolo stereo diffondevano nel negozio un rock-blues bellissimo, ruvido e tecnico allo stesso tempo…si sente che è old ma ha un piglio così moderno che mi fa quasi dubitare dell’autenticità 70’s di quel sound…roba da farmi dimenticare le cose che passano ora su Virgin Radio e RockTv alle quali non dico vorrei affezionarmi ma almeno avvicinarmi anche solo per conoscenza, giusto per tenermi informato sul rock e metal degli anni ’00 senza dover sempre tornare ai miti del passato…ma questo rock-blues, caspita…no, no, mi spiace, niente a che vedere con la merda di oggi, non c’è paragone, questa è musica, questo è ciò che voglio ascoltare…ma chi sono? li conosco? eppure quella batteria, quella voce…cazzo, sì, io li conosco! Quello è Robert Plant! Chiedo giusto conferma alla tipa del negozio nel mio perfetto francese e lei, appunto, conferma mostrandomi il cd originale: Led Zeppelin I, “How Many More Times”, l’ultima traccia. 1969. Alla faccia dei 70’s. E perché non la conoscevo quella canzone? Io amo gli Zeppelin, sono cresciuto (anche) con loro, ho tutto dei Led Zeppelin…no, non è vero. Avevo un paio di cassette registrate che non ho quasi mai ascoltato causa avvento del compact disc e conseguente acquisto della doppia antologia “Remasters”. Non ho mai avuto la discografia completa di una delle migliori band dell’universo e così mi sono perso quell’ultima traccia semisconosciuta del loro primo disco. Ho ringraziato la tipa del negozio per avermi mostrato il cd e mia moglie per i suoi gusti in fatto di vestiti (continua così!).
E così questa settimana ero a Milano nella commissione d’esame della Scuola del Fumetto (davo voti e giudizi ai lavori, nella fattispecie fumetti, degli alunni di fine triennio) e ho potuto fare una puntatina nel mio negozio di dischi usati preferiti per cercare il primo album dei Led Zeppelin (che anche se sono famosi trovi soprattutto antologie, best of, inediti, ecc…e invece io volevo, pensa un po’, semplicemente il primo disco). Era un po’ che non entravo in quel negozio a CERCARE. E l’ho trovato, il primo album dei Led Zeppelin. E indovinate? Mi sono sentito al settimo cielo. Proprio come quando avevo 15 anni e per trovare “From enslavement to obliteration” dei Napalm Death dovevo farmi 2 ore di treno A/R Milano perché da me in provincia era tanto se trovavi un greatest degli Scorpions, ma poi una volta a casa, dopo un pomeriggio passato nella metropoli, dopo tutta quell’attesa sul treno per ritornare dal tuo stereo, quando finalmente mettevi su il disco (cassetta, nel mio caso)…bè, ti godevi davvero ogni traccia.
Insomma, meno male che non sono una rockstar di successo e posso andare nei mercatini dell’usato. Ora finalmente ho una nuova meta da raggiungere: trovare e compare tutti gli album dei Led Zeppelin in ordine cronologico. Ho sempre fatto così con le band che poi sono diventate imprescindibili per me. Perché non lo faccio più? E non solo nella musica: mi vanto di essere stato uno dei pochi (credo) ad aver visto “Le Iene” nel ’93 e poi aver aspettato con un’ansia soprannaturale l’arrivo di "Pulp Fiction" al cinema. Non è tardi per ricominciare a conquistarsi le cose, dai.
Altro segnale: “Point Break”, il mio film preferito della Bigelow. Ma perché preferito? Cosa mi piacque così tanto allora? L’azione? Il surf? Perché non l’ho più rivisto? Detto, fatto: lo davano su sky quel pomeriggio di inizio settembre che ancora lavoravo solo 6 ore al giorno, dovevo ri-carburare, già, e quindi potevo anche permettermi di piazzarmi davanti alla tv per l’ora stabilita e…dio, che film “Point Break”! Rapinatori di banche che hanno bisogno di soldi per continuare a fare surf spostandosi da una costa all’altra del mondo inseguendo un’estate perenne…ma può un film entrato negli annali dei blockbuster action basarsi su un concetto così romantico? Ecco perché mi era così piaciuto 15 anni fa. Invece di scaricarmi i GI-Joe mi sono riconquistato “Point Break”.
Altro segnale: un articolo di Tommaso La Branca su FilmTV che commemorava la morte di Fernanda Pivano, ma non voglio dilungarmi, che già lo sto facendo contro la mia volontà.
Io sono un conquistatore di fumetti, libri, film, cd. Sempre lo sono stato e sempre lo sarò.
È questo che purtroppo manca in alcuni neo-diplomati fumettisti che ho avuto modo di analizzare e giudicare, loro e le loro opere (ultimo e definitivo segnale della mia riflessione). Spesso non manca il talento, né la tecnica: manca il background. La passione, se volete, quella passione che costruisci pian piano, che ti entra sotto pelle, che ti conquisti fumetto dopo fumetto, libro dopo libro, film dopo film.
Cioè, cosa ti spinge a iscriverti in una scuola di fumetto se prima di tutto non sei TU stesso un divoratore di fumetti? La voglia di esprimersi, di disegnare, di scrivere…certo. Tutte cose nobili e valide. Ma chissà perché i lavori migliori che ho avuto il (sincero) piacere di leggere e giudicare erano scritti e disegnati da chi non riesce a vivere senza leggere, guardare, ascoltare tutto quello che è il suo pane quotidiano. Il Succo della sua vita.
Eppure siamo nell’era di Internet, tutto è a portata di mano, tutti possono leggere, guardare, ascoltare quello che vogliono in qualunque momento lo vogliano. E molti lo fanno. Ma il problema non è questo. Non è la possibilità di acquisire dati. Ben venga. Che fortuna. Il problema è il COME. Il problema è il Tutto e Subito. Il problema è accumulare giga di musica e film nel proprio pc e lasciarli marcire. Ne sono ormai totalmente convinto.
PS: e sì, sono anche un ciclista della domenica (sabato). Per l’esattezza sono uno scalatore. Amo ammazzarmi di fatica su salite assolate finché il sudore non mi offusca la vista e le cosce non mi fanno male. Amo sentire il cuore che pompa e il fiato che regge. Amo patire l’insopportabile calura dei 500 metri slm e poi il freddo bastardo dei 2.000. Amo soffrire sapendo che mancano ancora 6 km alla vetta con una pendenza media del 14%.
Perché?! Masochismo? Eroismo? Sport? Stupidità?
Sì, un po’ di tutto e un po’ di niente.
La verità è che lassù, in cima, non ho più metri da scalare né pedali su cui puntarmi. Ho solo una lunga discesa da fare col vento in faccia e le ali ai piedi. Solo lei e io.
E ogni singolo km orario che toccherò su quell’asfalto me lo sono conquistato con tutto me stesso.
Questo diceva Cobain pochi mesi prima di spararsi in faccia. Non giustifica quella fine né lo rende il guru di chissà chi, chissà cosa. Il problema è che, nolente e nolente (non è un errore), Kurt fu portato su un piedistallo quando stava meglio in un pozzo.
Ma non è di lui che voglio parlare. La foto è solo per attirare l’attenzione.
Quest’estate stavo vedendo l’ennesima commemorazione dell’ex-Nirvana (in realtà era uno speciale sul rock diviso in puntate cronologico/tematiche e quella sul grunge si è ineluttabilmente trasformata in una monografia di Kurt Cobain) quando fui colpito da quella frase. E dall’espressione rassegnata e tristissima del 27enne che la pronunciava durante una delle tante interviste di routine. Era un tossico molto vicino allo stadio terminale, d’accordo, ma era tremendamente sincero. Una frase piccola, insignificante di per sé, una frase del cazzo che va a sommarsi alle migliaia di altre che i media recuperano/estorcono da/a star ormai putrefatte per rimetterle insieme come mostri di frankenstein mediatici e darcele in pasto con puntualissima cadenza annuale. Abbiamo bisogno di icone, evidentemente.
Ma perché quella frase mi ha colpito? Perché è stato uno dei tanti segnali.
Perché è arrivata nel bel mezzo di una mia introversissima riflessione personale che va avanti da qualche mese, e ora si è conclusa, su: rock, rock anni ’70, musica attuale, film belli, film brutti, copiare, scaricare, comprare, leggere, scrivere, background, allievi della Scuola del Fumetto, esami di fine anno della Scuola del Fumetto.
Rappresentando le sopracitate voci più o meno il 90% di ciò che vivo e respiro (escluso l’Ammore, ovvio), di ciò che sono e sono diventato, posso concludere che questa è una riflessione personale sulla Mia Vita: Chi sono, Cosa faccio e Perché lo faccio.
(sicuramente anche la lettura di “Alta Fedeltà” di Hornby c’entra qualcosa)
- Sono un lettore di fumetti e narrativa in genere, un ascoltatore di rock a 360°, uno spettatore di film a 720°, un mediocre giocatore di videogames e un ciclista della domenica (sabato, per la precisione).
- Faccio lo sceneggiatore di fumetti per vivere, cioè invento storie e poi le scrivo seguendo una struttura tecnica grazie alla quale dei disegnatori le rappresenteranno infine in forma di fumetto.
- Lo faccio perché sono fortunato, ok, ma anche perché ho tanta fantasia E ho letto, visto, giocato, ascoltato un sacco di roba, e continuo a farlo.
A 14 anni ascoltavo gli Iron Maiden i cui testi erano citati in Dylan Dog che aveva appeso nello studio il poster del Rocky Horror Picture Show. Che bello, tutto tornava! Che bello, non ero solo!
Leggere, vedere, ascoltare tutta quella roba in quel fantastico cortocircuito di citazioni incrociate, parallele, analogiche, volontarie e involontarie, credo sia stato il succo della mia vita. Un succo che mi ha così tanto nutrito mentalmente da permettermi poi di nutrirmi materialmente.
La cosa che mi ha spaventato in questi mesi e condotto a questa riflessione è proprio quest’uso terribilmente disinvolto del passato quando mi riferisco al mio Succo. Oddio, e quindi adesso non mi ci nutro più?! Ho esaurito tutti i fumetti, libri, film, musica che mi ispirano e mi fanno scrivere e mi consolano e mi divertono e mi fanno riflettere e mi gasano e in pratica mi tengono in vita?! Che sta succedendo?!
Mi sta(va) succedendo quello che portò Cobain al suicidio: quando puoi avere tutto non ti godi più niente. Nel suo caso la colpa erano Soldi e Successo, nel mio (come per molti altri comuni mortali) Mulo Elettronico e Pigrizia, che vanno così d’accordo da scambiarsi continuamente i ruoli di Causa ed Effetto.
Fortunatamente sono un po’ meno sensibile e fuori di testa di Cobain, quindi sono ancora vivo.
Ci sono stati vari segnali, soprattutto quest’estate, che mi hanno fatto riflettere e poi capire cosa mi mancava. Non era l’Oriente né un’amante. Era molto più semplice. Mi mancava la conquista delle cose che mi piacciono. Entrare in quel maledetto mercatino dell’usato e trovare proprio quel disco che stavi cercando. Non necessariamente una rarità o un’edizione particolare. Semplicemente quello.
È il Mulo che mi ha reso sterile. Per quanto sia sempre stato contrario allo skarico selvaggio, per quanto abbia sempre optato per uno skarico “intelligente” (rubare ai ricchi, in pratica), per quanto la natura stessa del mio lavoro mi imponga una certa etica a riguardo, per quanto bla bla bla…non sono un santo.
Il problema è questo: perché avere d’un botto tutti gli album dei Muse non me li ha fatti apprezzare come invece avrei creduto? Forse perché andavano ascoltati con più calma, centellinati. Forse semplicemente non mi piacciono e basta.
No, la verità è che non me li sono conquistati (che poi fa rima con centellinati, apprezzati, goduti, ecc…). Tutto qui. Poi magari non mi sarebbero comunque piaciuti, ma non è questo il punto.
Un altro dei segnali di cui sopra, forse il più significativo, l’ho sentito a fine agosto in quel di Amboise, cittadina della Loira famosa per il suo castello e il parco di Leonardo da Vinci. La mia Sara, attratta da vestitini simil-etnici a pochi euro esposti in un negozietto della via turistica della cittadina in questione, si fiondò nel negozio medesimo e cominciò a guardarsi in giro. Io, come sempre, la seguii controvoglia. Un po’ perché sono un maschio e non mi interessano certo i vestiti da femmina, un po’ perché sono un maschio e devo fare la parte del marito scocciato per la moglie spendacciona (quando in realtà lei guadagna come me e forse spende meno in cazzate…adorate cazzate). Ebbene le casse del piccolo stereo diffondevano nel negozio un rock-blues bellissimo, ruvido e tecnico allo stesso tempo…si sente che è old ma ha un piglio così moderno che mi fa quasi dubitare dell’autenticità 70’s di quel sound…roba da farmi dimenticare le cose che passano ora su Virgin Radio e RockTv alle quali non dico vorrei affezionarmi ma almeno avvicinarmi anche solo per conoscenza, giusto per tenermi informato sul rock e metal degli anni ’00 senza dover sempre tornare ai miti del passato…ma questo rock-blues, caspita…no, no, mi spiace, niente a che vedere con la merda di oggi, non c’è paragone, questa è musica, questo è ciò che voglio ascoltare…ma chi sono? li conosco? eppure quella batteria, quella voce…cazzo, sì, io li conosco! Quello è Robert Plant! Chiedo giusto conferma alla tipa del negozio nel mio perfetto francese e lei, appunto, conferma mostrandomi il cd originale: Led Zeppelin I, “How Many More Times”, l’ultima traccia. 1969. Alla faccia dei 70’s. E perché non la conoscevo quella canzone? Io amo gli Zeppelin, sono cresciuto (anche) con loro, ho tutto dei Led Zeppelin…no, non è vero. Avevo un paio di cassette registrate che non ho quasi mai ascoltato causa avvento del compact disc e conseguente acquisto della doppia antologia “Remasters”. Non ho mai avuto la discografia completa di una delle migliori band dell’universo e così mi sono perso quell’ultima traccia semisconosciuta del loro primo disco. Ho ringraziato la tipa del negozio per avermi mostrato il cd e mia moglie per i suoi gusti in fatto di vestiti (continua così!).
E così questa settimana ero a Milano nella commissione d’esame della Scuola del Fumetto (davo voti e giudizi ai lavori, nella fattispecie fumetti, degli alunni di fine triennio) e ho potuto fare una puntatina nel mio negozio di dischi usati preferiti per cercare il primo album dei Led Zeppelin (che anche se sono famosi trovi soprattutto antologie, best of, inediti, ecc…e invece io volevo, pensa un po’, semplicemente il primo disco). Era un po’ che non entravo in quel negozio a CERCARE. E l’ho trovato, il primo album dei Led Zeppelin. E indovinate? Mi sono sentito al settimo cielo. Proprio come quando avevo 15 anni e per trovare “From enslavement to obliteration” dei Napalm Death dovevo farmi 2 ore di treno A/R Milano perché da me in provincia era tanto se trovavi un greatest degli Scorpions, ma poi una volta a casa, dopo un pomeriggio passato nella metropoli, dopo tutta quell’attesa sul treno per ritornare dal tuo stereo, quando finalmente mettevi su il disco (cassetta, nel mio caso)…bè, ti godevi davvero ogni traccia.
Insomma, meno male che non sono una rockstar di successo e posso andare nei mercatini dell’usato. Ora finalmente ho una nuova meta da raggiungere: trovare e compare tutti gli album dei Led Zeppelin in ordine cronologico. Ho sempre fatto così con le band che poi sono diventate imprescindibili per me. Perché non lo faccio più? E non solo nella musica: mi vanto di essere stato uno dei pochi (credo) ad aver visto “Le Iene” nel ’93 e poi aver aspettato con un’ansia soprannaturale l’arrivo di "Pulp Fiction" al cinema. Non è tardi per ricominciare a conquistarsi le cose, dai.
Altro segnale: “Point Break”, il mio film preferito della Bigelow. Ma perché preferito? Cosa mi piacque così tanto allora? L’azione? Il surf? Perché non l’ho più rivisto? Detto, fatto: lo davano su sky quel pomeriggio di inizio settembre che ancora lavoravo solo 6 ore al giorno, dovevo ri-carburare, già, e quindi potevo anche permettermi di piazzarmi davanti alla tv per l’ora stabilita e…dio, che film “Point Break”! Rapinatori di banche che hanno bisogno di soldi per continuare a fare surf spostandosi da una costa all’altra del mondo inseguendo un’estate perenne…ma può un film entrato negli annali dei blockbuster action basarsi su un concetto così romantico? Ecco perché mi era così piaciuto 15 anni fa. Invece di scaricarmi i GI-Joe mi sono riconquistato “Point Break”.
Altro segnale: un articolo di Tommaso La Branca su FilmTV che commemorava la morte di Fernanda Pivano, ma non voglio dilungarmi, che già lo sto facendo contro la mia volontà.
Io sono un conquistatore di fumetti, libri, film, cd. Sempre lo sono stato e sempre lo sarò.
È questo che purtroppo manca in alcuni neo-diplomati fumettisti che ho avuto modo di analizzare e giudicare, loro e le loro opere (ultimo e definitivo segnale della mia riflessione). Spesso non manca il talento, né la tecnica: manca il background. La passione, se volete, quella passione che costruisci pian piano, che ti entra sotto pelle, che ti conquisti fumetto dopo fumetto, libro dopo libro, film dopo film.
Cioè, cosa ti spinge a iscriverti in una scuola di fumetto se prima di tutto non sei TU stesso un divoratore di fumetti? La voglia di esprimersi, di disegnare, di scrivere…certo. Tutte cose nobili e valide. Ma chissà perché i lavori migliori che ho avuto il (sincero) piacere di leggere e giudicare erano scritti e disegnati da chi non riesce a vivere senza leggere, guardare, ascoltare tutto quello che è il suo pane quotidiano. Il Succo della sua vita.
Eppure siamo nell’era di Internet, tutto è a portata di mano, tutti possono leggere, guardare, ascoltare quello che vogliono in qualunque momento lo vogliano. E molti lo fanno. Ma il problema non è questo. Non è la possibilità di acquisire dati. Ben venga. Che fortuna. Il problema è il COME. Il problema è il Tutto e Subito. Il problema è accumulare giga di musica e film nel proprio pc e lasciarli marcire. Ne sono ormai totalmente convinto.
PS: e sì, sono anche un ciclista della domenica (sabato). Per l’esattezza sono uno scalatore. Amo ammazzarmi di fatica su salite assolate finché il sudore non mi offusca la vista e le cosce non mi fanno male. Amo sentire il cuore che pompa e il fiato che regge. Amo patire l’insopportabile calura dei 500 metri slm e poi il freddo bastardo dei 2.000. Amo soffrire sapendo che mancano ancora 6 km alla vetta con una pendenza media del 14%.
Perché?! Masochismo? Eroismo? Sport? Stupidità?
Sì, un po’ di tutto e un po’ di niente.
La verità è che lassù, in cima, non ho più metri da scalare né pedali su cui puntarmi. Ho solo una lunga discesa da fare col vento in faccia e le ali ai piedi. Solo lei e io.
E ogni singolo km orario che toccherò su quell’asfalto me lo sono conquistato con tutto me stesso.
giovedì 11 giugno 2009
RECENSIONI MINIMAL-CHIC
Antichrist di Lars Von Trier. Un film brutto non interessa a nessuno, un film bello non crea dibattito. Di entrambi i tipi ci si dimentica presto. Accodandomi a tutta la critica nazionale e internazionale anch’io declamo: o lo ami o lo odi. Io lo amo, come (quasi) tutte le opere del danese ex-dogmatico (la serie tv “The Kingdom” su tutte). Lo amo per la sua provocazione, i ralenti estremi nel bosco, la volpe parlante, la violenza shockante, uno stile personalissimo che si rinnova di film in film.Il Maestro di Nodi di Massimo Carlotto. Ogni tanto un Carlotto me lo devo leggere, per rinfrancar lo spirito tra un enigma e l’altro e ricordarmi il valore della sintesi vs. lo scriversi addosso. Ritmo impressionante e trama impeccabile per una tematica abusata (sadomaso/snuff) ma qui talmente approfondita nelle logiche così perverse e così umane di vittime e carnefici da farti impazzire. Uno dei migliori romanzi brevi della serie dell’Alligatore. Da sbranare in un colpo solo.
Manioka di Nkodem. Secondo lo schema narrativo cajelliano a pesca, dove la polpa rappresenta lo stile e il nocciolo la trama, questo graphic-novel alternativ-francese è un cocomero di 12 kili con un unico semino al centro.
30 Rock di Tina Fey. Divenuta celebre per l’imitazione di Sarah Palin al Saturday Night Live, Tina Fey crea e interpreta una sit-com al fulmicotone ambientata dietro le quinte di uno show alla Saturday Night. Mai avrei pensato di divorare con tanta ingordigia queste prime due stagioni. E mai avrei pensato di inchinarmi davanti al talento comico di Alec Baldwin, qui in veste d’archetipo dell'uomo-marketing.
Atomic Robo di Clevinger/Wegener. Un robot con coscienza propria creato da Tesla che combatte il Male nelle sue forme più fiche (scienziati pazzi nazisti, piramidi semoventi, mummie viventi, insettoni giganti…), con le armi più fiche (bombe, mitra, pugni…) e coi mezzi più fichi (aerei, jeep, carri armati…). Dialoghi spassosissimi, ritmo indiavolato, grafica godibilissima. Spero solo che alcuni nodi lasciati platealmente in sospeso in questo primo volume vengano assolutamente al pettine nel prossimo.
Come una bestia feroce di Ed Bunker. Questo è realismo. Questo è crimine. Questo è scrivere.
San Valentino di Sangue 3D di Qualcuno. Nel 1895 in una fiera di Parigi veniva proiettata l’immagine in movimento di un treno che arriva in stazione. Gli spettatori presenti scappavano terrorizzati all’idea di esser travolti da quella locomotiva. Ci vollero 7 anni per associare quelle magiche e innovative immagini in movimento a una storia di astronauti che sbarcano sulla luna. Quanto ci vorrà ora per associare queste desuete immagini 3D a una trama?
21st Century Breakdown dei Green Day. Li seguo da quando li vidi dal vivo al Bloom di Mezzago dalle mie parti nel ’94: 3 ore di concerto, 300 persone, un pogo costante e irrefrenabile, uno dei concerti più belli della mia vita. Tre mesi dopo erano al Forum di Assago (MI) causa singolo “Basket Case”: 1 ora di concerto, 15mila persone, altro non so perché non c’ero. Qualcosa era cambiato, ma non ho mai smesso di ascoltare i loro dischi, tra alti e bassi. E dopo lo splendido “American Idiot” arriva quest’ultimo concept-album che non esito a definire perfetto per produzione, sound, songwriting.
Seven Brothers di Ennis/Kang, soggetto di John Woo. Il primo vero blockbuster a fumetti! Manca solo l’audio delle esplosioni, degli spari e dei mostri che fanno a botte. Usa e getta ma, ragazzi, che bella mezz’ora che ho passato.
Vincere di Marco Bellocchio. Il 90% degli spettatori si aspettava la nota biografia del duce e invece è solo la semi-nota storia di Ida Dalser e Benito Albino, ossia sua moglie e figlio segreti e segregati fino alla follia e alla morte. Che è solo il miglior modo per dipingere arroganza, ferocia, menefreghismo e potere mediatico del pelatone che fu.
venerdì 16 gennaio 2009
MINI-RECENSIONI LAPIDARIE
VISTO CHE SIETE CANI – Walter FontanaE con questo terzo libro Walter Fontana diventa il mio scrittore italiano preferito. Forse perché mi identifico troppo col protagonista, che è sempre un alter ego dell'autore. Nei primi due imperdibili romanzi trattava il mondo surreale del marketing creativo. In questo uno scrittore fallito si unisce a un gruppo di pessimi cabarettisti…finché scopre che in realtà sono perfetti e infallibili rapinatori di negozi.
INTERNI – Ausonia
Amo lo stile grafico e l’idea base ma non la narrazione, tutta inviluppata su stessa per veicolare il messaggio, sempre forte e chiaro in ogni singola tavola: vittima del suo stesso successo uno scrittore non può scrivere ciò che ama, ma solo ciò che vuole il pubblico. Alla lunga, si dilunga. La sua nemesi è “Misery” di King (quando era Re): contenuto identico, forma commerciale (o di genere, che dir si voglia). Chi ha ragione?
ROMANZO CRIMINALE (serie TV) – Stefano Sollima
Eccezionale. 12 episodi duri e crudi che arrivano diretti al volto come pugni di un ex-campione dei pesi medi in pensione ma ancora carico di rabbia inesplosa. Si potrebbe coniare il termine “neo-realismo televisivo”: la messa in scena è così poco artefatta, la tecnica registica così abilmente nascosta, la recitazione così naturale che l’empatia coi personaggi e col racconto raggiunge livelli inediti per un prodotto televisivo italiano e mondiale, via. Violenza di genere e spaccato social-politico dei ’70 si intrecciano fino a confondersi. Volutamente diverso dall’altrettanto splendido film di Placido per stile e scelte (parata di stelle italiane in Placido, attori sconosciuti in Sollima). Il libro di De Cataldo da cui è nato tutto è un cult assoluto, ma io non lo leggerò perché sono pigro.
LASCIAMI ENTRARE – Tomas Alfredson
Ennesima rivisitazione del mito del vampiro MA originalissima. Ragazzina vampira zingaresca e ragazzino svedese slavato: una delle più belle storie d’amore, un inno alla diversità così esplicito da risultare subliminale (?!). Ritmo lento e inesorabile, dialoghi sezionati con precisione chirurgica, violenza sfacciatamente realistica o splendidamente fuoricampo. La sua nemesi è Twilight, che non ho visto pur apprezzando la regista, ma i cui teen-attori mi danno il voltastomaco. Ho dei pregiudizi.
LA CACCIA – Tetsuya Tsutsui
Odio i manga, W i manga. Giovane ex-detenuto-teppista-alla-arancia-meccanica si annoia col suo nuovo lavoro e la sua nuova, normale, vita. Quindi perché non accettare la proposta via mail di partecipare a un gioco che è un mix violentissimo di nascondino e ce l’hai? I giocatori non si conoscono e devono individuarsi attraverso dei mini-navigatori satellitari di cui ognuno è dotato: lo scopo è impossessarsene, con ogni mezzo. Il tutto nella, normale, folla cittadina. Violenza post-moderna interessante ma poco approfondita, in favore di ritmo e adrenalina. Formalmente ottima la sceneggiatura. Ma ho capito chi era l’organizzatore del gioco a metà storia.
COME DIO COMANDA – Gabriele Salvatores
Ma che fine ha fatto la rapina al bancomat?! Ruotava tutto intorno a quello! E sì che la sceneggiatura l’hai scritta tu stesso, Niccolò! Adoro i tuoi libri e “Come Dio Comanda” non fa eccezione. “Io non ho paura” versione film funzionava, ma qui avete toppato. Se sento ancora una volta il pezzo di Robbie Williams spacco qualcosa. Un i.pod rosa, per esempio. Bastavano tre ascolti, Gabriele, non diciotto. Si capiva lo stesso cosa volevi dire, credimi.
911 – Recchioni e Cremona
Il classico cane che si morde la coda: che ritmo, ma c’è poca storia, e che azione, però il protagonista è un po’ piatto, e che montaggio, ok ma il montaggio incrociato presente/flashback sullo stesso personaggio non è difficile da gestire, e poi non annoia mai, d’accordo però, però l’hai letto tutto d’un fiato, ecc… La verità? Invidio visceralmente il successo editoriale ed economico di Roberto.
lunedì 29 dicembre 2008
STRENNE

TRAUMA CENTER – NEW BLOOD per Nintendo Wii.
Questo bell’aggeggio bianco e verticale continua a stupirmi e si ri-conferma la consolle alternativa per eccellenza. Contro l’irraggiungibile grafica di PS3 e Xbox 360, Nintendo ha risposto con la straordinaria (per quasi tutti i giochi) giocabilità dei suoi controller di movimento virtuale, rendendo così semplice e immediata l’esperienza videoludica anche in individui storicamente videoclasti come mia moglie.
Secondo capitolo dell’allegro chirurgo virtuale, “New Blood” ha una modalità equipe eccezionale: si gioca SEMPRE in perfetta ed equilibrata co-op (no split-screen ma schermo intero condiviso) e ognuno dispone dei medesimi strumenti e possibilità di interazione dell’altro. In termini un po’ meno tecnici: operi dei pazienti da solo o in due. In questo gioco infatti vesti i panni di un chirurgo che deve risolvere i più svariati problemi dei più svariati malati tagliando toraci, cucendo ferite, asportando schegge, aspirando emorragie, cauterizzando metastasi col laser, scoprendo tumori col sonar, disinfettando, defibrillando, massaggiando cuori in collasso cardiaco, ricomponendo frammenti di ossa, eccetera! E tutto ciò non sarebbe decisamente lo stesso col vecchio, statico, joypad. Qui quando tagli devi avere la mano davvero ferma…
La vera goduria di giocarci in due è che potendo compiere appunto le stesse azioni con gli stessi strumenti, ci si può coordinare in modo che uno esegua ciò che gli riesce meglio per preparare il terreno all’altro, e così via in una catena di montaggio sempre più veloce e precisa. Perché la vita di quelle persone è nelle tue mani, cribbio! Davvero, quando ti ritrovi a dire al tuo partner “disinfetta che io taglio, attento ai battiti, puntura, aspira…” il soggiorno di casa si trasforma in una vera sala operatoria. Che detta così non è un’immagine molto natalizia. Soprattutto quando ti muore tra le mani una bambina. Ma siamo chirurghi, abbiamo le spalle larghe.
I SEGRETI EROTICI DEI GRANDI CHEF di Irvine Welsh.
Non l’ho ancora finito, ma devo ammettere che l’ultimo romanzo dell’autore di Trainspotting, dopo una parziale delusione iniziale, è decollato e sta proseguendo alla grande. Merito di una svolta narrativa tanto surreale quanto efficace e, nello stile diretto e slangato di Welsh, credibile: (spoiler) nonostante i ripetuti eccessi il simpatico alcolista, donnaiolo, godereccio Danny Skinner scopre di essere sempre più in forma…perché a subirne le conseguenze fisiche è il suo sfigatissmo collega dell’ufficio igiene di Edimburgo Brian Kibby, vergine, astemio, timorato di dio e ben presto sull’orlo della morte. Tutto l’incantevole sadismo di Welsh che non ho trovato nelle prime 200 pagine esplode in particolare quando Danny, preoccupato che la morte di Brian ponga fine alla sua fortunata condizione o possa addirittura ritorcersigli contro, decide di prendersi delle salutari pause dai suoi mix di alcool-droga-sesso per tenere in vita lo sfigato (fine spoiler). Una trovata che viene appunto a galla quasi a metà storia ma in realtà sapientemente, e subliminalmente, preparata da tot capitoli precedenti. Non credo che troverò una spiegazione razionale nel finale, ma non importa. Come non importa se Danny scoprirà finalmente chi è suo padre, tra i vari chef di fama mondiale che ha preso in esame e ha preso di mira (plot o sub-plot, tra l’altro? chissene!).
Trattasi insomma di tomone da 400 e passa pagine (che negli States è uscito come “racconto” in un’antologia di scrittori vari…) dove i topos dello scrittore scozzese ci sono tutti, a cominciare dalla location edimburghese (stavolta però condivisa, brevemente, con la California), passando per i dialoghi squisitamente sgrammaticati e realistici e gli improvvisi e schizzati cambi di persona nella narrazione, fino alle dipendenze ossessive-(auto)distruttive (qui, su tutte, l’alcool) e alla cattiveria estremizzata, eppure così umana, del protagonista. Preferisco, comunque, il ritmo e la sinteticità dei (veri) racconti di “Ecstasy”.
UPLOAD: Finito. Bello. Da leggere, davvero, fino all'ultima pagina.
CHINESE DEMOCRACY di Axl Rose.
Il primo disco di Axl solista è, con mia somma sorpresa, semi-buono. Nel senso che trovo godibile la prima metà (ma proprio letteralmente, cioè fino “Catcher in the Rye” compresa) e piuttosto anonima la seconda. La title-track, ossia il singolo apripista che da un paio di mesi passa in radio, mi è sempre parsa un po’ piattina. La prima volta che lo speaker di virgin radio ne annunciò titolo e autore a fine brano, mi voltai incredulo verso la mia radio: ah, è il nuovo dei Guns? Ora che ho il disco, ammetto che apre abbastanza bene le danze. Ma rimane un pezzo non memorabile. Il secondo singolo radiofonico (terza track del disco) invece mi piacque assai e confermo: la sincopata “Better” dalla strofa malinconica e il ritornello energico, un bella via di mezzo tra la semi-ballad elettrica e l’hard-rock potente. “Street of Dreams” inizia come una ballad di Ozzy anni ’90, poi l’inconfondibile falsetto stridulo di Axl la ricolloca al giusto posto, per poi continuare come una ballad di Ozzy ’90…e quindi mi piace. “If the World” è una ballad, punto. È dura ammetterlo (chissà poi perché) ma certi tappeti d’archi synth un po’ stucchevoli (direttamente da “Use your Illusion”) e la melodia vocale trascinata e acuta di Axl qui sono piuttosto accattivanti. “There was a Time”, mid-tempo in crescendo: un po’ pomposo, di nuovo, il tappeto sinfonico ma, di nuovo, non mi dispiace. “Catcher in the Rye”, infine, risveglia il ricchione che è in te: una semi-ballad (ancora) energica, un po’ ingenua (soprattutto i cori) ma dalla melodia trascinante stile “dai, ce la faremo, sì, noi ce la faremo!” (NB: no, i testi non li ho ancora cagati, mi limito alle impressioni musicali). La seconda parte non mi piace. Forse devo ancora farci l’orecchio, ma non credo: il disco ha già subito un po’ di ascolti da parte mia e queste altre sette tracks non hanno l’immediatezza delle prime. Di nuovo, semi-ballad e ballad (terrificante l’ultima, “Prostitute”) più qualche pezzo di hard-rock moderno tirato e ben suonato ma troppo anonimo. Melodie, soprattutto vocali, interessanti in generale ma che sostanzialmente non lasciano il segno. Alcune davvero stomachevoli, tra l’altro. Della prima parte che mi piace ho dimenticato la track 2, “Shackler’s Revenge”, di cui apprezzo le stesse caratteristiche che invece mi rendono indigesti alcuni brani della seconda parte: hard-rock dall’arrangiamento complesso (troppe sovra-incisioni, troppi campionamenti), quasi progressive metal soprattutto nelle parti di chitarra. Lo apprezzo su un pezzo, non su cinque. Soli di chitarra virtuosissimi, ok, ma manca stile e compattezza, che è il problema generale di ‘sto disco: Axl si è preso tutto il tempo che voleva per stripparsi in arrangiamenti troppo costruiti, troppo ri-pensati, e in un songwriting che doveva a tutti i costi essere originale, e poi ha fatto eseguire il tutto da uno stuolo di ottimi tournisti, che però non si sono nemmeno incontrati in studio. Infatti strumentalmente è ineccepibile (e ci mancherebbe) ma manca di cuore.
Stesso problema, ma per motivi diversi, dell’ultimo Metallica: il copia&incolla dei loro gloriosi anni ’80 ha prodotto solo sterilità. L’unico Grande Ritorno Rock del 2008 che non mi ha deluso rimane “Black Ice” degli AC/DC, che continuano a rifare lo stesso album da 28 anni (il periodo Bon Scott non si tocca) ma, un po’ per simpatica coerenza, un po’ per autentico, sano e indiscusso groove blues-rock, continuano a farmi muovere testa e piede quando li metto nello stereo.
Degli storici Guns n’Roses, Axl a parte, su “Chinese Democracy” non c’è nessuno. Dei nuovi Guns c’è il tastierista Dizzy Reed. Per storici intendo il quintetto che nel ’87 partorì quella pietra miliare dell’hard-rock statunitense che risponde al titolo di “Appetite for Destruction” e nel ’88 (ri)pubblicò il semi-live/semi-acustico “Lies”, una raccolta di cover e non, imperdibile. Per nuovi intendo il sestetto che pubblicò nel ’91 il doppio così-così “Use your Illusion” e nel ’93 il più apprezzabile album di cover punk “The Spaghetti Incident?” (ma già il grande Izzy Stradlin li aveva mollati).
MADAGASCAR 2 della DreamWorks.
La sceneggiatura di Ethan Cohen, omonimo di uno dei fratelli più eccellenti della storia del cinema, conferma l’assioma vincente dei film d’animazione post-Toy Story: animazione digitale stra-figa + storia ben costruita = successo. Pixar docet. Che dire? Trascinato al cinema la sera del 25 dai fichissimi cugini di Sarah, entro carico di malumore perché nessuno ha accettato la mia proposta “The Spirit” (che non ho ancora visto me ne sto leggendo gran male). Per carità, il primo Madascar mi era piaciuto, però cacchio, dal trailer avevo dedotto che qui si canta e balla di brutto…ma il malumore passa subito con un sorprendente prologo sulle origini di Alex il leone. E poi via con la girandola di colori e gags sostenuta, appunto, da una trama non banale: (spoiler) gli animali dello zoo di N.Y. finiti in Madagascar ora tentano di ritornare a casa a bordo di un aeroplano sgangherato guidato da quattro pinguini (le vere star del film) ma finiscono nel cuore dell’Africa, in piena savana, a contatto con le loro radici, in particolare Alex che incontra i suoi genitori e viene accolto da tutti come il nuovo re leone (o leone alfa, che dir si voglia). Ma Alex è un perfetto ballerino, non un feroce guerriero come esige il folklore locale, e viene così bandito dal branco. Vi farà trionfale ritorno solo quando risolverà, insieme all’inseparabile zebra, il problema della siccità provocata da un gruppo di turisti newyorkesi persisi durante un safari (a causa dei geniali pinguinazzi) ma tosto riorganizzatisi per la sopravvivenza grazie alla guida della tostissima e indistruttibile vecchina scout, già conosciuta nel primo capitolo (fine spoiler). Gag davvero divertenti e quasi mai fini a sé stesse, ritmo narrativo che va di pari passo a quello musical-canoro (fortunatamente mai prevaricante) e, finalmente, un chiaro e inequivocabile messaggio pro-diversità ai bimbi mangia-popcorn di tutto il mondo: un ippopotamo può benissimo fidanzarsi con una giraffa, a differenza degli orchi che per farsi le umane devono prima aspettare che si tramutino in esseri verdi e deformi come loro (…)
NATHAN NEVER N°211 “Il mostro nell’ombra” di Rigamonti/De Angelis.
Esordio in casa Bonelli dell’amico e collega sceneggiatore Davide Rigamonti, per i blogger Dave R., per gli amici Violent Dave. E di violenza infatti si parla in questo giallo dalle tinte forti in cui l’agente alfa è, nientepopodimeno, sulle tracce di un serial-killer freak che rapisce e criògena arrapanti ragazze. Sì, avete letto bene: è la serie Nathan Never. È per questo che ho goduto. Una trama semplice, non per povertà di contenuti ma per fluidità di racconto, una detection nel senso più classico del termine, col suo bel prologone con vittima e modus-operandi del killer-che-non-vediamo-in-faccia, ma ben trapiantato nel futuro piovoso e tecnologico di Nathan con pochi, azzeccati, dettagli di sceneggiatura (il programmino di Sigmund che ricostruisce virtualmente gli ambienti e poi, bè, la criogenesi). Una storia che si lascia leggere d’un fiato. E con un buon colpo di scena finale, forse intuibile dai più smaliziati slasher-fan ma non altrettanto per tutti gli altri. Violent Dave corre dritto per la sua strada e non si ferma (un altro suo Nathan è previsto per il 2009) e De Angelis…è De Angelis, cazzo!
PORTAFOGLIO di pitone.
Come animalista sono indignato, come rockstar maledetta sono appagato. Ho subito traslocato (con indignazione) tutti i miei documenti e i 4 soldi che mi rimangono nell’accogliente ventre squamato di questo bel portafoglione panciuto. Ogni volta che tiro fuori gli spicci per pagare un caffè mi sento un po’ Mr. Crocodile Dundee.
RICORDANDO L’APOCALISSE di Kurt Vonnegut.
Raccolta postuma di dodici testi inediti dell’autore de “Le Sirene di Titano” e “Mattatoio n°5”, scelti dal figlio Mark. Non l’ho ancora iniziato ma il mio pre-giudizio è ottimo: capolavoro. Religione, Scienza, Tortura, Pena di Morte, Comunismo, Capitalismo, Guerra, Famiglia, Clima…Storico, Fantascienza, Dramma, Comico…insomma, il profondissimo caleidoscopio tematico e di generi dell’immortale Vonnegut, ancora una volta. Che ci ha lasciati l’aprile dell’anno scorso ma, come dicono i Tralfamadoriani, “in quel momento è in cattive condizioni, ma sta benissimo in un gran numero di altri momenti”. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Quindi io, nel futuro, ho già letto questo libro e l’ho trovato stupendo.
UPLOAD: Iniziato. Magnifico il testo del suo ultimo discorso in pubblico, che apre il libro. E poi guerra, Dresda, guerra e ancora guerra...
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