Questo diceva Cobain pochi mesi prima di spararsi in faccia. Non giustifica quella fine né lo rende il guru di chissà chi, chissà cosa. Il problema è che, nolente e nolente (non è un errore), Kurt fu portato su un piedistallo quando stava meglio in un pozzo.
Ma non è di lui che voglio parlare. La foto è solo per attirare l’attenzione.
Quest’estate stavo vedendo l’ennesima commemorazione dell’ex-Nirvana (in realtà era uno speciale sul rock diviso in puntate cronologico/tematiche e quella sul grunge si è ineluttabilmente trasformata in una monografia di Kurt Cobain) quando fui colpito da quella frase. E dall’espressione rassegnata e tristissima del 27enne che la pronunciava durante una delle tante interviste di routine. Era un tossico molto vicino allo stadio terminale, d’accordo, ma era tremendamente sincero. Una frase piccola, insignificante di per sé, una frase del cazzo che va a sommarsi alle migliaia di altre che i media recuperano/estorcono da/a star ormai putrefatte per rimetterle insieme come mostri di frankenstein mediatici e darcele in pasto con puntualissima cadenza annuale. Abbiamo bisogno di icone, evidentemente.
Ma perché quella frase mi ha colpito? Perché è stato uno dei tanti segnali.
Perché è arrivata nel bel mezzo di una mia introversissima riflessione personale che va avanti da qualche mese, e ora si è conclusa, su: rock, rock anni ’70, musica attuale, film belli, film brutti, copiare, scaricare, comprare, leggere, scrivere, background, allievi della Scuola del Fumetto, esami di fine anno della Scuola del Fumetto.
Rappresentando le sopracitate voci più o meno il 90% di ciò che vivo e respiro (escluso l’Ammore, ovvio), di ciò che sono e sono diventato, posso concludere che questa è una riflessione personale sulla Mia Vita: Chi sono, Cosa faccio e Perché lo faccio.
(sicuramente anche la lettura di “Alta Fedeltà” di Hornby c’entra qualcosa)
- Sono un lettore di fumetti e narrativa in genere, un ascoltatore di rock a 360°, uno spettatore di film a 720°, un mediocre giocatore di videogames e un ciclista della domenica (sabato, per la precisione).
- Faccio lo sceneggiatore di fumetti per vivere, cioè invento storie e poi le scrivo seguendo una struttura tecnica grazie alla quale dei disegnatori le rappresenteranno infine in forma di fumetto.
- Lo faccio perché sono fortunato, ok, ma anche perché ho tanta fantasia E ho letto, visto, giocato, ascoltato un sacco di roba, e continuo a farlo.
A 14 anni ascoltavo gli Iron Maiden i cui testi erano citati in Dylan Dog che aveva appeso nello studio il poster del Rocky Horror Picture Show. Che bello, tutto tornava! Che bello, non ero solo!
Leggere, vedere, ascoltare tutta quella roba in quel fantastico cortocircuito di citazioni incrociate, parallele, analogiche, volontarie e involontarie, credo sia stato il succo della mia vita. Un succo che mi ha così tanto nutrito mentalmente da permettermi poi di nutrirmi materialmente.
La cosa che mi ha spaventato in questi mesi e condotto a questa riflessione è proprio quest’uso terribilmente disinvolto del passato quando mi riferisco al mio Succo. Oddio, e quindi adesso non mi ci nutro più?! Ho esaurito tutti i fumetti, libri, film, musica che mi ispirano e mi fanno scrivere e mi consolano e mi divertono e mi fanno riflettere e mi gasano e in pratica mi tengono in vita?! Che sta succedendo?!
Mi sta(va) succedendo quello che portò Cobain al suicidio: quando puoi avere tutto non ti godi più niente. Nel suo caso la colpa erano Soldi e Successo, nel mio (come per molti altri comuni mortali) Mulo Elettronico e Pigrizia, che vanno così d’accordo da scambiarsi continuamente i ruoli di Causa ed Effetto.
Fortunatamente sono un po’ meno sensibile e fuori di testa di Cobain, quindi sono ancora vivo.
Ci sono stati vari segnali, soprattutto quest’estate, che mi hanno fatto riflettere e poi capire cosa mi mancava. Non era l’Oriente né un’amante. Era molto più semplice. Mi mancava la conquista delle cose che mi piacciono. Entrare in quel maledetto mercatino dell’usato e trovare proprio quel disco che stavi cercando. Non necessariamente una rarità o un’edizione particolare. Semplicemente quello.
È il Mulo che mi ha reso sterile. Per quanto sia sempre stato contrario allo skarico selvaggio, per quanto abbia sempre optato per uno skarico “intelligente” (rubare ai ricchi, in pratica), per quanto la natura stessa del mio lavoro mi imponga una certa etica a riguardo, per quanto bla bla bla…non sono un santo.
Il problema è questo: perché avere d’un botto tutti gli album dei Muse non me li ha fatti apprezzare come invece avrei creduto? Forse perché andavano ascoltati con più calma, centellinati. Forse semplicemente non mi piacciono e basta.
No, la verità è che non me li sono conquistati (che poi fa rima con centellinati, apprezzati, goduti, ecc…). Tutto qui. Poi magari non mi sarebbero comunque piaciuti, ma non è questo il punto.
Un altro dei segnali di cui sopra, forse il più significativo, l’ho sentito a fine agosto in quel di Amboise, cittadina della Loira famosa per il suo castello e il parco di Leonardo da Vinci. La mia Sara, attratta da vestitini simil-etnici a pochi euro esposti in un negozietto della via turistica della cittadina in questione, si fiondò nel negozio medesimo e cominciò a guardarsi in giro. Io, come sempre, la seguii controvoglia. Un po’ perché sono un maschio e non mi interessano certo i vestiti da femmina, un po’ perché sono un maschio e devo fare la parte del marito scocciato per la moglie spendacciona (quando in realtà lei guadagna come me e forse spende meno in cazzate…adorate cazzate). Ebbene le casse del piccolo stereo diffondevano nel negozio un rock-blues bellissimo, ruvido e tecnico allo stesso tempo…si sente che è old ma ha un piglio così moderno che mi fa quasi dubitare dell’autenticità 70’s di quel sound…roba da farmi dimenticare le cose che passano ora su Virgin Radio e RockTv alle quali non dico vorrei affezionarmi ma almeno avvicinarmi anche solo per conoscenza, giusto per tenermi informato sul rock e metal degli anni ’00 senza dover sempre tornare ai miti del passato…ma questo rock-blues, caspita…no, no, mi spiace, niente a che vedere con la merda di oggi, non c’è paragone, questa è musica, questo è ciò che voglio ascoltare…ma chi sono? li conosco? eppure quella batteria, quella voce…cazzo, sì, io li conosco! Quello è Robert Plant! Chiedo giusto conferma alla tipa del negozio nel mio perfetto francese e lei, appunto, conferma mostrandomi il cd originale: Led Zeppelin I, “How Many More Times”, l’ultima traccia. 1969. Alla faccia dei 70’s. E perché non la conoscevo quella canzone? Io amo gli Zeppelin, sono cresciuto (anche) con loro, ho tutto dei Led Zeppelin…no, non è vero. Avevo un paio di cassette registrate che non ho quasi mai ascoltato causa avvento del compact disc e conseguente acquisto della doppia antologia “Remasters”. Non ho mai avuto la discografia completa di una delle migliori band dell’universo e così mi sono perso quell’ultima traccia semisconosciuta del loro primo disco. Ho ringraziato la tipa del negozio per avermi mostrato il cd e mia moglie per i suoi gusti in fatto di vestiti (continua così!).
E così questa settimana ero a Milano nella commissione d’esame della Scuola del Fumetto (davo voti e giudizi ai lavori, nella fattispecie fumetti, degli alunni di fine triennio) e ho potuto fare una puntatina nel mio negozio di dischi usati preferiti per cercare il primo album dei Led Zeppelin (che anche se sono famosi trovi soprattutto antologie, best of, inediti, ecc…e invece io volevo, pensa un po’, semplicemente il primo disco). Era un po’ che non entravo in quel negozio a CERCARE. E l’ho trovato, il primo album dei Led Zeppelin. E indovinate? Mi sono sentito al settimo cielo. Proprio come quando avevo 15 anni e per trovare “From enslavement to obliteration” dei Napalm Death dovevo farmi 2 ore di treno A/R Milano perché da me in provincia era tanto se trovavi un greatest degli Scorpions, ma poi una volta a casa, dopo un pomeriggio passato nella metropoli, dopo tutta quell’attesa sul treno per ritornare dal tuo stereo, quando finalmente mettevi su il disco (cassetta, nel mio caso)…bè, ti godevi davvero ogni traccia.
Insomma, meno male che non sono una rockstar di successo e posso andare nei mercatini dell’usato. Ora finalmente ho una nuova meta da raggiungere: trovare e compare tutti gli album dei Led Zeppelin in ordine cronologico. Ho sempre fatto così con le band che poi sono diventate imprescindibili per me. Perché non lo faccio più? E non solo nella musica: mi vanto di essere stato uno dei pochi (credo) ad aver visto “Le Iene” nel ’93 e poi aver aspettato con un’ansia soprannaturale l’arrivo di "Pulp Fiction" al cinema. Non è tardi per ricominciare a conquistarsi le cose, dai.
Altro segnale: “Point Break”, il mio film preferito della Bigelow. Ma perché preferito? Cosa mi piacque così tanto allora? L’azione? Il surf? Perché non l’ho più rivisto? Detto, fatto: lo davano su sky quel pomeriggio di inizio settembre che ancora lavoravo solo 6 ore al giorno, dovevo ri-carburare, già, e quindi potevo anche permettermi di piazzarmi davanti alla tv per l’ora stabilita e…dio, che film “Point Break”! Rapinatori di banche che hanno bisogno di soldi per continuare a fare surf spostandosi da una costa all’altra del mondo inseguendo un’estate perenne…ma può un film entrato negli annali dei blockbuster action basarsi su un concetto così romantico? Ecco perché mi era così piaciuto 15 anni fa. Invece di scaricarmi i GI-Joe mi sono riconquistato “Point Break”.
Altro segnale: un articolo di Tommaso La Branca su FilmTV che commemorava la morte di Fernanda Pivano, ma non voglio dilungarmi, che già lo sto facendo contro la mia volontà.
Io sono un conquistatore di fumetti, libri, film, cd. Sempre lo sono stato e sempre lo sarò.
È questo che purtroppo manca in alcuni neo-diplomati fumettisti che ho avuto modo di analizzare e giudicare, loro e le loro opere (ultimo e definitivo segnale della mia riflessione). Spesso non manca il talento, né la tecnica: manca il background. La passione, se volete, quella passione che costruisci pian piano, che ti entra sotto pelle, che ti conquisti fumetto dopo fumetto, libro dopo libro, film dopo film.
Cioè, cosa ti spinge a iscriverti in una scuola di fumetto se prima di tutto non sei TU stesso un divoratore di fumetti? La voglia di esprimersi, di disegnare, di scrivere…certo. Tutte cose nobili e valide. Ma chissà perché i lavori migliori che ho avuto il (sincero) piacere di leggere e giudicare erano scritti e disegnati da chi non riesce a vivere senza leggere, guardare, ascoltare tutto quello che è il suo pane quotidiano. Il Succo della sua vita.
Eppure siamo nell’era di Internet, tutto è a portata di mano, tutti possono leggere, guardare, ascoltare quello che vogliono in qualunque momento lo vogliano. E molti lo fanno. Ma il problema non è questo. Non è la possibilità di acquisire dati. Ben venga. Che fortuna. Il problema è il COME. Il problema è il Tutto e Subito. Il problema è accumulare giga di musica e film nel proprio pc e lasciarli marcire. Ne sono ormai totalmente convinto.
PS: e sì, sono anche un ciclista della domenica (sabato). Per l’esattezza sono uno scalatore. Amo ammazzarmi di fatica su salite assolate finché il sudore non mi offusca la vista e le cosce non mi fanno male. Amo sentire il cuore che pompa e il fiato che regge. Amo patire l’insopportabile calura dei 500 metri slm e poi il freddo bastardo dei 2.000. Amo soffrire sapendo che mancano ancora 6 km alla vetta con una pendenza media del 14%.
Perché?! Masochismo? Eroismo? Sport? Stupidità?
Sì, un po’ di tutto e un po’ di niente.
La verità è che lassù, in cima, non ho più metri da scalare né pedali su cui puntarmi. Ho solo una lunga discesa da fare col vento in faccia e le ali ai piedi. Solo lei e io.
E ogni singolo km orario che toccherò su quell’asfalto me lo sono conquistato con tutto me stesso.

Bisogna avere due palle cubiche per rifiutarsi di vendere i diritti di merchandising e cartoon di quel capolavoro grafico e letterale di “Calvin&Hobbes”. Può fare la differenza tra essere serenamente benestanti o schifosamente ricchi. Ma per Watterson la sua creatura nasce e muore (nel 31 dicembre ’95) come fumetto. Non l’ha mai concepita in nessun altro formato, pena: la svalutazione dei suoi personaggi. Non ha quasi mai concesso interviste né autografi. Gli piace creare, punto. Ora dipinge per i cacchi suoi. Watterson è la quintessenza dell’integrità artistica. E pensare che un peluche di Hobbes sarebbe stato il gadget più coerente della storia dei comics, perché nel fumetto lui è davvero un peluche!





